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Bollicine 2008-2010 17:38 - 29 Gennaio 2008
Bollicine 2008-2010

Bollicine di Gennaio 2008

Qualcosa mi irrita nelle polemiche seguite all’invito al papa a inaugurare l’anno accademico de “La Sapienza”. Non è tanto il fatto, quanto l’ipocrisia abusata nella storia della Chiesa fin dai tempi delle lotte con l’Impero romano, e tuttavia sempre efficace, di presentare una consapevole imposizione come rivendicazione di libertà al fine di fare apparire che chi si oppone a quell’imposizione sta nella colpa e nel torto. Nel caso in questione, il presentare come rivendicazione di libertà quella che è imposizione sta nel fatto di affermare che è stato interdetto al Papa di esprimersi nell’Università, laddove ciò cui ci si è opposti è che lo facesse nell’inaugurazione dell’anno accademico. Così l’opposizione a quanto voleva essere, e sarebbe stato davvero, dare un orientamento limitante la libertà altrui viene presentata e fatta apparire come un privare di libertà. Come dire, poveri laici, cornuti e mazziati.

Chi si lamenta che al Papa sia stato impedito di esprimersi, dovrebbe ricordarsi della vicenda di Ernesto Buonaiuti e di quale intensità fu la persecuzione che la Chiesa di Pio XI e poi di Pio XII esercitò su di lui per togliergli la libertà di parlare, proprio in quell’Università nella quale l’attuale Papa lamenta gli sia stata tolta tale libertà, per dire la verità sulla costruzione del testo dei Vangeli, per dimostrare che essi rivelavano alla critica filologica di essere pervenuti alla loro forma canonica per aggiustamenti successivi che si sovrapponevano all’iniziale predicazione, quale che essa sia stata.

Leggendo la biografia di Ernesto Buonaiuti (G. B. Guerri, Eretico e profeta: Ernesto Buonaiuti, un prete contro la Chiesa, UTET 2008) apprendo che Agostino Gemelli, gesuita di fede fascista, affinò e ammodernò le armi dell’Inquisizione cercando di ricondurre la critica di Buonaiuti all’Istituzione ecclesiastica e alla sua politica di promozione dell’ignoranza a una malattia mentale del Buonaiuti stesso, la quale non avrebbe avuto altro sintomo che quella critica.

Una continuità tra la vita e l’opera di Buonaiuti e il libro di G. Moro sugli anni Settanta. Nelle une e nell’altro è affermato il valore politico della verità. Nelle prime una verità, a partire da quella della costruzione storica dei quattro Vangeli canonici, da far valere nella Chiesa inglobante la società; nel secondo una verità, quella su alcuni eventi della storia italiana degli anni Settanta, da far valere nella società inglobante la Chiesa. G. Moro come estrema frangia ad oggi, e segno, nonostante tutto, di una sua continuità, di quello che fu il cosiddetto Modernismo degli inizi dello scorso secolo?

Piccolo fatto, ma indicativo: a parte un lavoro secondario su Sant’Ambrogio, non esiste oggi un solo libro di Buonaiuti in commercio.

Visto in televisione il film del 1993 di G. Veronesi “Per amore solo per amore” tratto dall’omonimo romanzo di Pasquale Festa Campanile del 1983. Geniale nel liberare la figura di Giuseppe dallo stereotipo del povero cornuto nel quale vengono esaltate le virtù della remissività e dell’insignificanza. Giuseppe vi viene presentato come un uomo vitale che desidera conoscere viaggiando alla scoperta di luoghi nuovi e amando le donne. Le ama tanto, è tanto attratto dal loro fascino, che finisce con l’incappare in una donna che congiunge nel proprio fascino quello di una fanciulla innocente e severa e quello di una Carmen incontenibile, tanto da esprimere un fascino estremo che va oltre le possibilità di conoscenza di Giuseppe. Quando l’incontenibilità della Carmen si manifesta nel porlo di fronte all’evidenza di un tradimento che egli non riesce a conciliare con l’immagine della fanciulla innocente e severa, ed ancor più quando la Carmen gli impone e conferma quell’immagine rifiutandogli la sessualità, non resta a Giuseppe, per non percorre la strada che avrebbe poi percorso don Josè, che rinunciare a ogni pretesa di conoscenza. Impazzisce, e impazzendo trova la fede, si convince che sì, solo un angelo è venuto a visitare senza toccarla la fanciulla innocente e severa; e con la pace della fede trova anche la pace della morte. Geniale nel riproporre quella possibilità di conoscenza che Giuseppe aveva perduto rendendo umana, molto umana, sia la sua figura che quella della sua sposa vergine madre. Dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole nell’ora di religione al posto del catechismo, invece è dimenticato e il libro è diventato introvabile.

Visto “Caramel” di N. Labaki. Mi scorre davanti senza che io abbia reazioni, elettroencefalogramma piatto…. Poi, uscendo, la mia compagna, che non mi ha mai parlato di filosofia e con la quale non ho mai parlato di filosofia, mi chiede a sorpresa quale secondo me sia la filosofia del film; ed io non so rispondere, le dico che non avevo pensato potesse averne una. Allora lei mi spiega che il film parla della nascosta possibilità delle donne di essere indipendenti, di affermarsi nella loro individualità ed esperienza, pur entro la forma e il tessuto di una società che intende privarle di individualità ed esperienza. E allora l’elettroencefalogramma non è più piatto, è come se le luci, che erano rimaste spente, si accendano una ad una, il film che avevo visto non visto comincia ad animarsi pezzo per pezzo fino a piacermi nel suo insieme.

In “Signorinaeffe”, nella figura della protagonista impiegata della Fiat e nel suo rapporto con un operaio della stessa fabbrica coinvolto nelle lotte degli anni Settanta, Wilma Labate affronta il tema del nesso tra storie d’amore e eventi della macrostoria. Soprattutto rappresenta quel momento di alta qualità emotiva e di passione, che alcuni incontrano nella vita, nel quale si attua nel loro intimo una rivoluzione che si esprime nel venire meno di ogni considerazione di convenienza e nel compiere una scelta affettiva che esse sanno essere perdente dal punto di vista della realizzazione sociale ed economica; scelta che compiono con assoluta certezza e determinazione perché qualcosa che si sta svolgendo nella macrostoria accende in loro il senso di una dimensione diversa da quella quotidiana e di un bene intangibile e supremo.
La regista rappresenta tale momento con asciutto rigore ed evocando nello spettatore una partecipazione il cui senso può essere chiarito dal confronto con un film degli anni Ottanta, “Diavolo in corpo” di M. Bellocchio. Anche qui si tratta del nesso tra una storia d’amore ed eventi della macrostoria; anche qui è rappresentato il momento di una scelta eroica che la protagonista compie rifiutando la convenienza di un matrimonio imminente. Però vi sono alcune sostanziali differenze. Il qualcosa che si sta svolgendo nella macrostoria in concomitanza di quella scelta non è la lotta che comprende ancora la speranza, ma la sconfitta nel tempo dei processi. E’ poiché non può essere la sconfitta ad accendere l’entusiasmo di un bene intangibile e supremo che rende possibile quella scelta, deve essere altro. Sembrerebbero essere nel film di Bellocchio i versi dell’”Antigone” di Sofocle e quelli danteschi su Cacciaguida. Ma poiché gli uni e gli altri sono molto lontani, è piuttosto qualcosa di più vicino e tangibile che quelle dotte citazioni arricchiscono di una qualità estetica: è un giovinetto particolarmente vivace e buon arrampicatore che il film lascia presumere portatore di doti straordinarie ed occulte radicate nel suo bios e tali e tante da potere destare la protagonista all’eroismo della sua scelta erotica, ma anche promettere il riscatto dalla sconfitta nella macrostoria.
Si può concludere azzardandosi a dire che il primo è un film di sinistra che aiuta anche a comprendere, sia pur tardivamente, che il secondo era un po’ di destra? O forse dobbiamo pensare che il film di Bellocchio comincia dove quello della Labate finisce: non da un momento di entusiasmo per un possibile, ma di delusione e sconfitta, di depressione tanto profonda da imporre a tanti di proiettare su quel giovinetto, anche in ragione della sua vivacità, una luce così intensa da accecarli.

Leggere la malattia o la morte degli altri come conseguenza di un loro peccato non appartiene alla modernità e al mondo civile, sembra appartenere piuttosto a quello della stregoneria.

Chi materializza i sogni trattando le loro immagini come copie della realtà o come simboli, crede poi ai fantasmi perché ha bisogno di ricostruire un mondo della fantasia che, trattando i sogni in quel modo, ha perduto.

Quale rapporto c’è tra le varie forme di confusione tra realtà psichica e realtà materiale e la confusione tra morte psichica e morte reale?

I preti promettono la salvezza dalla morte reale in cambio della morte psichica. Il patto che il fedele fa con i preti è il patto con Lucifero: dare l’anima in cambio dell’esistenza materiale.

La ritualità toglie la dimensione del tempo, trasporta e radica in una sorta di eternità che sottrae il senso di quella dimensione, impedisce ogni forma di depressione, anche quella indispensabile a pensare.

Spesso la mattina mi accade di mettermi a tavolino per svolgere una linea di pensiero che tende al fine di completare un lavoro su un tema circoscritto e definito. Ma ecco che vengono su le bollicine. Sono pensieri correlati e divergenti. Non il tronco di un albero, il fusto di una pianta, ma rami e foglie. Se le seguo, mi portano lontano dalla linea di pensiero che tende a quel fine, mi allontanano dal compimento del lavoro, mi inoltro nel possibile e nell’indefinito di una germinazione continua, divento borderline; se non le seguo, smarrisco il piacere di incontrare la continua sorpresa di pensieri che non conoscevo. In qualche modo mi inaridisco, per operare smetto di sognare. Riesco però talora a contemperare le due cose. A un certo punto, come per un ritmo segreto, mi distraggo dal sogno, torno al tronco, al fusto, di quella linea di pensiero. Ma sempre mi accompagna un sottile senso di colpa, come per un tradimento, per un opportunismo, come quando uno sacrifica la verità alla fede, la poesia all’azione, la coerenza alla convenienza, la profondità alla linearità, nella riacquisizione del senso del tempo. Così un po’ mi deprimo, ma questo poco di depressione mi permette un rapporto più giusto, più disincantato, con quella linea di ricerca e di pensiero.

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