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Principi senza padri. Una lettura de "Il principe" di Machiavelli |
08:47 - 27 Agosto 2004 |
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Introduzione: UN SEGRETO
1. Nel capitolo 56 del libro I de I discorsi, intitolato "Innanzi che seguino i grandi accidenti in una città o in una provincia, vengono segni che gli pronoscono o uomini che gli predicano", si legge:
Donde ei si nasca non so, ma ei si vede per gli antichi e per gli moderni esempli che mai non venne alcuno grave accidente in una città o in una provincia che non sia stato, o da indovini o da rivelazioni o da prodigi o da altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da casa nel provare questo, sa ciascuno quanto da frate Girolamo Savonarola fosse predetta innanzi la venuta del re Carlo VIII di Francia in Italia, e come, oltre a di questo, per tutta Toscana si disse essere sentite in aria e vedute genti d'armi,sopra Arezzo, che si azzuffavano insieme. Sa ciascuno, oltre a questo, come, avanti la morte di Lorenzo de' Medici vecchio, fu percosso il duomo nella sua più alta parte con una saetta celeste, con rovina grandissima di quello edifizio. (…) La cagione di questo, credo sia da essere discorsa e interpretata da uomo che abbi notizia delle cose naturali e sopranaturali: il che non abbiamo noi. Pure, potrebbe essere che, sendo questo aere, come vuole alcuno filosofo, pieno di intelligenze, le quali per naturale virtù preveggendo le cose future ed avendo compassione degli uomini, acciò si possino preparare alle difese gli avvertiscono con simili segni. Pure, comunque e' si sia, si vede così essere la verità; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose istraordinarie e nuove alle provincie.
Si può scegliere se servirsi di queste parole per attribuire a chi le ha scritte una superstizione che ne farebbe una figura del suo stesso passato, o se dar loro un senso coerente con i contenuti di novità della sua opera.
Questa seconda scelta conduce ad attribuire loro un significato notevole: esse direbbero che gli uomini "intendono", per vie che non coinvolgono la coscienza, l'avvicinarsi, già prima che si verifichino, di grandi eventi che determinano una crisi nel loro modo di vita; forse dicono anche che essi, non riconoscendosi la capacità di quest' "intendere", traducono i dati percettivi minimi di cui esso si avvale in fantasticherie di eventi che attribuiscono poi all’opera di enti «naturali e sovrannaturali».
Molto di più si potrebbe dire su questo capitolo in quanto esprime un interesse per aspetti della mente umana non ancora indagati quando fu scritto; ma preferisco sottolineare la concretezza di quest’interesse, il suo non «si discostare da casa», scaturire da un’esperienza vissuta, essere radicato nella storia.
Esso infatti lega esplicitamente la riflessione che propone a un momento allora recente delle vicende di Firenze.
Questa indubbiamente sentì ed intese, in tempi ancora in tutto o in qualche misura «queti», l'avvicinarsi non solo dell'imminente invasione francese o della morte di Lorenzo, ma anche dei grandi eventi, «fuora da ogni umana coniettura», della fine del secolo quindicesimo.
Savonarola, con la sua retorica dell'apocalissi, era solo una faccia di un’unica medaglia sul cui risvolto stavano coloro che, pur essendo poi, dopo che quegli eventi si erano in parte manifestati, corsi a trovare conforto in lui, gli si erano prima opposti, vivendo comunque un periodo di depressione gestito in una malinconia che permetteva loro di mantenersi sull'orlo dell'angoscia senza cadervi.
La cultura degli umanisti dell'Accademia fiorentina che si riunivano intorno a Lorenzo il Magnifico nella villa di Careggi fu infatti caratterizzata dal vago senso del sopravvenire di «cose istraordinarie e nuove» che ne avrebbero determinato la crisi e dal tentativo di evitarla interpretando quel senso in base a una visione del mondo pregressa.
Di quel tentativo mi sono occupato diversi anni fa in un lavoro che terminava con un accenno a Machiavelli come a chi si era invece rapportato a quel senso senza tentare di evitare la crisi che comportava e, anziché spiegarlo e risolverlo nei termini di una visione del mondo pregressa, ne aveva proposti altri che costituirono essi stessi una “cosa straordinaria e nuova”.
2. Il mio interesse per Machiavelli risale la lettura del libro di Ernest Cassirer Il mito dello stato, tre capitoli del quale erano dedicati appunto a Il principe.
Cassirer aveva scritto quel libro nel 1946, sullo sfondo della catastrofe della storia tedesca e mondiale che nello stesso periodo aveva ispirato a T. Mann il Dottor Faustus ove sono narrate, attraverso la storia della formazione di Nietzsche, le vicende di una mente progressivamente avvolta dalle tenebre di un'inconscia responsabilità in quella catastrofe.
Riflettendo sulla stessa catastrofe non come artista ma come filosofo, Cassirer la poneva nel contesto di una visione globale della storia.
Egli si serviva del mito babilonese di Marduk e Tiamat, appartenente allo stesso ceppo di quello dal quale Freud avrebbe tratto i due concetti di Eros e Tanatos, per dire che il periodo storico conclusosi con la sconfitta del nazismo, poteva essere compreso nella vicenda rappresentata da quel mito; e cioè come momento della lotta che da "sempre" opponeva il dio della luce al dio delle tenebre e in cui gli uomini intervenivano con il tentativo di realizzare uno "stato", di stabilire uno "schema perenne" cui attenersi nei loro rapporti in modo da opporsi a Tanatos ed alla temuta catastrofe del loro mondo.
Cassirer traeva il termine "schema perenne" da Tucidide, il quale, scrivendo a ridosso di un'altra catastrofe, quella di Atene nella guerra con Sparta, aveva appunto dichiarato di averne voluto narrare la storia per identificare un "kthma eV aei", uno stabile principio di opposizione al suo ripetersi.
Il filosofo poteva così presentare Machiavelli come un momento di questa storia di ricerca sullo "stato" quale punto di non ritorno nella lotta tra Tanatos ed Eros; ma anche quale momento reso particolare dal suo inserirsi in tale storia in un modo che non era possibile né dimenticare né fare proprio e che era rimasto nel tempo indecifrato: dall'inserirvisi cioé come un «segreto».
Egli così scriveva a proposito del trattato:
La fama di questo libro è stata unica e senza precedenti (…). Tuttavia il suo significato in un certo senso rimase un segreto. Ancor oggi, dopo che il libro è stato esaminato da ogni punto di vista, dopo che è stato discusso da filosofi, da storici, da politici e da sociologi, il segreto non è stato ancora completamente svelato. (Cassirer 1950, p. 177)
Poco dopo Benedetto Croce dirà qualcosa di analogo parlando di Machiavelli come di un problema che non sarebbe mai stato risolto (Croce 1949).
Non interessa qui come questi due filosofi interpretano il segreto di Machiavelli o il suo costituire un problema insolubile: è sufficiente notare che banalizzano quel segreto appiattendo il trattato a episodio del generale sviluppo della scienza della natura o della storia del razionalismo politico.
Interessa piuttosto che dopo il 1946 il segreto sia rimasto. Nel 1976, una rassegna degli studi su Machiavelli poteva parlare di lui come di «un enigma radicale» (Geerken 1976 p.351); nel 1983 era possibile scrivere che il suo pensiero «deve essere ancora scoperto» in ciò che ha di fondamentale (Hulliung 1983, pp. 3-4); e ancora nel 2000 usciva un libro, peraltro molto bello, il cui titolo, Il sorriso di Niccolò, richiamava l’attenzione su quanto nell’autore de Il principe v’è non solo di sarcastico, ma anche di sfuggente ed enigmatico (Viroli 1998).
Mi sembra dunque di poter affermare, sebbene non pretenda di conoscere tutta la sterminata letteratura apparsa tra queste date e non possa perciò escludere che in qualche parte del mondo si sia andati oltre , che il segreto permane.
Dal 1946 ad oggi gli studi su Machiavelli hanno fatto grandi progressi in termini di restituzione di testi, pubblicazione di inediti, esplorazione delle fonti, definizione di cronologie, ricerca su circoscritti problemi di lettura, impegno a liberarlo dalla camicia di forza del “machiavellismo”; ma proprio così, nonostante abbiano reso disponibili strumenti e conoscenze utili all’eventuale decifrazione del segreto, hanno sviato l’attenzione da esso contribuendo a lasciarlo intatto .
3. I motivi di questa permanenza stanno nella natura stessa del segreto e possono essere compresi solo una volta svelatolo.
Per farlo, bisogna anzitutto sdrammatizzare la parola “segreto”. L’ho incontrata nella letteratura, e me ne sono servito perché evidenzia la suggestività del problema, ma va ricordato che in questo caso il segreto non è altro che quello dell’argomento del trattato e svelarlo significa, molto concretamente, superare la difficoltà a definire quest’argomento e a stabilire su cosa Machiavelli abbia voluto scrivere: significa identificare quello che egli nell’epistola dedicatoria del suo trattato chiama il «subietto» della sua opera.
Questa difficoltà è accresciuta dal fatto che egli stesso, oltre a lasciare tale opera senza titolo, la designò, nella lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, con un’espressione («de principatibus») che non è detto coincidesse con il titolo che voleva dargli, e che comunque sembrò poi autorizzare quella soluzione semplicistica della difficoltà in parola consistente nel dare per scontato che egli intendesse parlare indiscriminatamente di tutte le forme di principato e suggerire mezzi di conservazione validi indiscriminatamente per tutte.
4. A proposito di titoli, un breve commento a quello che ho scelto per questo libro servirà a dare una prima idea di ciò in cui ho ritenuto di identificare l’effettivo argomento dell’opera, e del percorso che ho seguito per farlo.
La formula “principi senza padri” è un modo di rendere l’espressione «esposto sul nascere» che nel cap. VI del trattato designa la caratteristica fondamentale di Romolo in quanto fondatore di un nuovo principato.
Quest’espressione ricompare nel breve scritto, sostanzialmente autobiografico, La vita di Castruccio Castracani, riferita a coloro in generale che hanno «operato grandissime cose», in un contesto che ne dà più apertamente il senso, e che perciò va letto ora:
E' pare (…) cosa maravigliosa che tucti coloro, o la maggiore parte di epsi, che hanno in questo mondo operato grandissime cose, et intra gli altri della loro età siano stati excellenti, abbiano avuto il principio et il nascimento loro basso et obscuro o vero dalla fortuna fuora d'ogni modo travagliato; perché tucti o ei sono stati exposti alle fiere o egli hanno avuto sì vil padre che, vergognandosi di quello, si sono fatti figliuoli di Giove o di qualche altro Dio. (…) Fu adunque Castruccio Castracani da Lucca uno di quegli; el quale, secondo i tempi in ne' quali vise et la ciptà donde nacque, fecie cose grandissime, et come gli altri non ebbe più felice né più noto nascimento.
L’espressione viene nel cap. VI de Il principe riferita a Romolo perché questi, insieme ad altri fondatori di nuovi principati, costituisce un «grandissimo» esempio; un esempio cioè di una particolare forma di principe che Machiavelli distingue da tutte le altre designandola con lo specifico nome di principe «al tutto nuovo».
Il titolo di questo libro dice dunque che esso propone di identificare l’argomento del trattato in questa specifica forma; proposta non di poco conto dato che comunemente la distinzione tra essa e quanto invece Machiavelli designa come principe «nuovo» non è stata colta , e comunque, anche quando ci si è avvicinati a farlo , tale argomento è stato identificato in quest’ultimo, quando non nell’indiscriminato insieme di tutte le forme di principe.
5. Per rendere credibile l’identificazione proposta, l’ho messa alla prova della lettura del testo verificando se essa permette di riconoscergli quell’unità di ispirazione e quella coerente consequenzialità di tutte le sue parti che talora gli sono state contestate o sono state troppo faticosamente difese .
Il lavoro ha perciò assunto la forma di un commento al trattato, e i suoi capitoli si succedono e si articolano seguendone passo passo lo svolgimento.
Il primo si sofferma sull’epistola dedicatoria considerandola come parte integrante del testo e mostra che già essa pone il problema della definizione del suo argomento: tale problema è infatti implicito in quello di dare un senso pieno al timore, che in essa Machiavelli esprime, di venire accusato di presunzione per quanto ha scritto.
Il secondo capitolo confuta l’abituale identificazione dell’argomento dell’opera con le forme di principato elencate nel cap. I o con una di esse e pone invece in evidenza l’impianto logico che Machiavelli dà al trattato descrivendo in che modo grazie ad esso egli giunge a definire quell’argomento nella forma del principe «al tutto nuovo».
Il terzo capitolo presenta il cap. VI del trattato come centrale di tutta l’opera. Esso descrive il modo in cui Machiavelli, servendosi tra l’altro dell’espressione che il titolo di questo libro rende con la metafora dei principi senza padri, caratterizza la suddetta forma di principe. Inoltre mostra che l’identificazione dell’argomento del trattato in quella forma permette di leggere i capp. VII-XI come un coerente e necessario svolgimento del cap. VI; essi infatti rendono ancora più definita e riconoscibile quella forma dandone una serie di determinazioni in negativo, ovvero chiarendo ciò che essa non è e con cui, nonostante comuni aspetti di novità, non va confusa.
La prima realtà rispetto alla quale Machiavelli, nel cap. VII, distingue tale forma, è quella, con cui questa più è stata e continua ad essere confusa, rappresentata da Cesare Borgia del quale invece dice esplicitamente che non è un principe «al tutto nuovo», ma una delle tre forme possibili di principe «nuovo»: quella di chi fonda tanto il proprio successo nell’acquisizione del principato quanto la propria rovina sul fatto di non essere un principe senza padre, ma, al contrario, uno che «acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdè».
Ho dedicato i capitoli quarto, quinto e sesto a quella che è tradizionalmente considerata la seconda parte del trattato, cercando di dimostrare che questa svolge il pensiero secondo cui solo la forma del principe «al tutto nuovo» delineata nei capp. VI-XI in rapporto alle condizioni necessarie per acquistare il principato può realizzare il fine di mantenerlo.
In particolare, nei suddetti tre capitoli ho voluto mostrare, da un lato, che Machiavelli lega la proposizione di quel principe, in quanto unico in grado di assicurare la durata dello stato, alla formazione della sua «mente»; e, dall’altro, che subordina tale formazione a una critica radicale del rapporto con le «istorie» e, in generale, con l’insieme di quei libri che aveva chiamati in causa già nell’epistola .
Al riguardo, nel capitolo quinto ho sostenuto che quando, nel famoso prologo del cap. XV, Machiavelli parla di una «immaginazione» e la contrappone alla «verità effettuale della cosa» invitando a discostarsene, ad altro non si riferisce che a quei libri e al sapere da essi proposto. Credo di essere riuscito a mostrare che questa lettura è corretta e che perciò è corretta l’immagine che ne consegue di un Machiavelli teorico della politica in quanto critico dell’ideologia del passato in funzione della proposizione di un’idea nuova che è appunto quella riassunta nella metafora del principe senza padre.
Se il primo capitolo di questo scritto è dedicato all’epistola, il settimo è dedicato al cap. XXVI del trattato e sostiene che esso sta con quella, e in generale con quanto lo precede, in una stretta continuità dovuta al fatto che si interroga sulla reale possibilità storica della forma del principe «al tutto nuovo» e ne asserisce la distanza dal visionarismo; e che lega quella forma, delineata precedentemente in opposizione al sapere del passato, a principii le cui implicazioni vanno oltre quel sapere.
Non è infatti vero che il trattato non faccia alcun riferimento a una norma: esso ne fa uno appunto nell’ultimo capitolo, là dove, in assonanza con l’affermazione dei Discorsi I 58 secondo la quale «uno principe che può fare ciò che ei vuole è pazzo», lega l’azione del principe «al tutto nuovo» alla realizzazione del «bene» di un’«università di uomini».
È vero però che, contenuto in questi termini, quel riferimento è enigmatico tanto quanto altri due introdotti con le parole di un testo poetico del Petrarca: quello al «barbaro dominio» come ciò che si oppone all’attivazione di tale norma e quello all’«italico valore» come condizione di quest’attivazione.
Quest’enigmaticità conferisce al trattato una caratteristica di “non finito” che ho paragonato agli sfondi di alcune opere di Leonardo e a decifrare la quale ho dedicato l’ ultimo capitolo.
Questo è il capitolo più trasgressivo perché cerca di riconoscere quanto alluso dal “non finito” del trattato valorizzando ciò che i Discorsi dicono sull’«equalità» e sul posto che essa occupa nel principio del mondo umano, la critica che rivolgono agli assunti classici della naturale ciclicità degli eventi storici e dell’eternità del mondo, e la funzione che attribuiscono al mito etrusco.
Concludo il libro tornando brevemente sul tema, affrontato all’inizio, del timore di Machiavelli di essere accusato di presunzione e affermando che l’identificazione dell’argomento del trattato nel principe «al tutto nuovo» spiega sia quel timore, sia perché esso possa, in un’altra epistola dedicatoria, quella ai Discorsi, capovolgersi in orgoglio.
6. Il “senza” della metafora con la quale nel titolo di questo libro ho reso l’espressione usata da Machiavelli per introdurre la forma del principe «al tutto nuovo» implica un “con”; essa rinvia cioè a un contenuto corrispondente a un sapere che va oltre quello classico e cristiano del passato, senza essere neppure quello che si affermerà negli anni successivi e troverà il proprio modello nel determinismo cartesiano.
Il cap. VI del trattato, presenta la figura del principe «al tutto nuovo» anche per mezzo di un’altra metafora, quella degli «arcieri prudenti». Anche costoro si definiscono per un “senza” e un “con”: rifiutano il rapporto visivo con il bersaglio per affidarsi a qualcosa che Machiavelli indica con l’espressione «disegno loro».
Il fatto che quest’espressione ricordi quella che nell’epistola dedicatoria indica ciò che orienta i cartografi nella raffigurazione di nuovi mondi e che stia in un contesto che parla di “meraviglia” e di «forma che parse loro», suggerisce che essa non significa progetto, finalità razionalmente costruita, e neppure una rappresentazione di qualcosa posto all’esterno degli arcieri, ma una loro disposizione interna che, per la sua effettiva possibilità di realizzare un fine, non appartiene al visionarismo.
Nei capp. XII-XIV del trattato dedicati all’uso delle armi Machiavelli svolge un discorso che non riguarda la teoria dell’arte militare o dell’ordinamento statuale, ma quella della formazione della «mente». Egli critica le scelte delle «difese» contro la minaccia di uno «stato propinquo» adottate da principi solo «tutti nuovi» mostrando non soltanto che producono effetti opposti a quelli che si propongono e immaginano di raggiungere, ma anche che sono sostenute da una volontà di rovina e sono in balia di una «verità della cosa» che sfugge a chi le compie.
«Disegno loro», «forma che parse loro», “volontà di rovina”, sono solo alcuni degli accenni del trattato a un sapere che riguarda aspetti dell’uomo non compresi nel campo di osservazione dei cinque sensi e non riconducibili a dati determinati nello spazio e nel tempo e, se pur «vili», comunque certi.
Ciò che voglio dunque suggerire è che, delineando l’argomento del proprio trattato, Machiavelli introduce nella storia l’inizio di una scienza dell’uomo come fondamento dell’agire politico che non solo si distanzia dalla religione, dal visionarismo, dal razionalismo classico ed umanistico e dal naturalismo medico al quale pure egli attinge tanti esempi, ma non è neppure compresa nel concetto di scienza che si sarebbe sviluppato dalla rivoluzione copernicana in quanto riguardante essenzialmente lo studio della natura.
La proposizione di quell’inizio, o anche solo della sua possibilità, costituisce la “variazione grande” con la quale Machiavelli rispose alle «cose istraordinarie e nuove» del suo tempo.
La difficoltà che la letteratura ha incontrato a riconoscere, prima ancora che l’argomento del trattato nella forma del principe «al tutto nuovo», la specificità di questa forma, va dunque ricondotta all’impossibilità di prendere atto di quella “variazione”; impossibilità dovuta a sua volta al fatto che la scienza dell’uomo fondata sul metodo della scienza della natura e svoltasi dalla rivoluzione copernicana dovette appiattire quella “variazione”, per poterla “comprendere”, sulle proprie categorie, come mostrano le parole di Cassirer riportate sopra.
Machiavelli aveva previsto questo svolgimento implicitamente quando, nel passo citato all’inizio di quest’introduzione, aveva parlato del risolversi del senso dell’avvicinarsi di grandi eventi in spiegazioni banali; e, in modo più esplicito, quando aveva parlato degli effetti dell’«invida natura» degli uomini sulla propria opera .
Diversamente da tale svolgimento, riconoscere la “variazione” da lui introdotta apre la possibilità di raccontare la storia dei cinquecento anni che ci separano da lui partendo da un inizio che non è appunto compreso nel concetto di rivoluzione copernicana, e quindi di ampliare il campo di quel racconto fino a ricongiungerlo agli sviluppi attuali della sopraddetta scienza dell’uomo.
In altri lavori mi sono soffermato su alcuni momenti di questa storia; e questa lettura de Il principe, nella misura in cui sia riuscito con essa a descriverne adeguatamente un altro e fondante momento, vorrebbe essere, oltre che un contributo alla comprensione di Machiavelli, anche un ulteriore piccolo passo verso un compiuto racconto di quella storia.
Ho finito di scrivere questo libro e quanto precede di quest’introduzione nel gennaio del 2002. Nel tempo trascorso da allora alcuni, che ringrazio, hanno letto il testo esprimendo apprezzamento, muovendo critiche, dissentendo radicalmente, rivolgendomi domande .
Tra queste, una è tornata più volte: mi si chiedeva di chiarire a cosa mirassi con la mia lettura del trattato e in particolare cosa intendessi allorché, nel concludere quest’introduzione, e cioè subito prima di quest’aggiunta, accennavo alla possibilità di un compiuto racconto della storia che ci separa da Machiavelli.
Cercherò di rispondere tornando brevemente a commentare l’ultimo capitolo di questo libro.
Se i primi sette capitoli sostengono che l’idea guida del trattato è quella, reperita al di là di ogni modello esistente, del principe senza padri, l’ultimo mostra il nesso tra quest’idea e una visione della storia come conflittuale e non scontata realizzazione della possibilità di durata di un principio di «equalità», e cioè della possibilità che esso diventi “stato”.
Ho scritto più sopra che l’ultimo capitolo è il più trasgressivo; lo è non solo perché inverte la tradizionale rappresentazione del rapporto di Machiavelli con la storia romana, ma anche perché mostra come, attraverso l’esaltazione del passato italico ed etrusco, egli leghi appunto l’idea del principe «al tutto nuovo» a un ideale di «equalità» che è normativo perché è il principio stesso del mondo umano e, prima di ogni altra sua specificazione, consiste nel riconoscimento di una comune immagine umana.
A quanto ne so, l’immagine di un Machiavelli teorico, nel senso ora precisato, dell’uguaglianza non è stata mai proposta, almeno con il significato e nell’aderenza testuale in cui lo è qui. Spero che risulti convincente almeno quanto basta per essere discussa; ma sottolinearla mi serve ora a rispondere a chi mi ha chiesto cosa intendessi dicendo di considerare questo libro come un passo in più nel racconto della storia del tempo che ci divide dal trattato.
Forse è solo una vana pretesa, ma non voglio tacere che presentare Machiavelli come teorico di un ideale di «equalità» in un momento in cui è utilizzato come teorico di un’ideale di prevaricazione e in cui più si fa impellente la necessità di ripensare il concetto di democrazia in modo da realizzare quella quadratura del cerchio che è la coniugazione dell’equalità con l’eccellenza, vorrebbe costituire il contributo di un intellettuale a contrastare l’eventualità di un «dominio» ben più «barbaro» dell’antica barbarie che l’Europa ha partorito dall’essersi liberata dalla potenza di Roma costruendosi sull’ideale cristiano della fratellanza.
Sostenere che all’inizio del Cinquecento v’è un progetto di «equalità» che entra in conflitto con quello cristiano della fratellanza, comprendere che il primo teorico dell’uguaglianza non fu Rousseau, ma Machiavelli, e in un modo molto più moderno di Rousseau perché non intende un bene divino dato a priori e perduto, ma un bene da costruire sulla base del riconoscimento di una comune immagine umana, significa non solo poter spiegare tante cose sul destino del suo trattato, ma anche acquisire un nuovo punto di vista sulla storia degli ultimi cinquecento anni.
Se si ritiene, come insegna Max Weber, che la più grande rivoluzione della storia fu il passaggio dalla teoria antica, secondo cui l’essere umani consegue all’agnazione, a quella cristiana secondo cui consegue al battesimo, si può ritenere una rivoluzione ancora più grande quella che fa conseguire tale essere al reciproco riconoscimento di un’immagine comune .
Tale è stata la rivoluzione di Machiavelli, malamente negata come anticipazione della razionalità della ragion di stato o come seguito della razionalità della casistica scolastica. Tale era il suo segreto e una volta compreso comporta la possibilità di alcune linee di riflessione nuove non solo sulla storia delle interpretazioni del trattato, ma anche sulla storia del pensiero politico e della scienza dell’uomo e sulla progettazione della società.
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