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Bollicine del 2006 |
10:43 - 11 Febbraio 2006 |
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Bollicine di Gennaio 2006.
Finito di leggere Struggimento, di J. D. Landis, biografia romanzata di Schumann. Un bel libro. Molti e poco decifrabili i motivi della follia di Schumann, ma quello che ne scatenò la manifestazione sembra essere stato il fatto di essersi dovuto confrontare con qualcosa che gli era assolutamente impossibile comprendere, elaborare, risolvere in modo da porsi oltre di esso nell’arte o nel pensiero, qualcosa che comprimeva e soffocava la sua ideazione musicale e lo fece sbroccare in confusione e frantumi. Non c’è da cercare lontano, si tratta delle corna che Clara Wieck, la moglie e madre di non so quanti suoi figli, gli mise con Brahms. Ma non per le corna in sé, bensì per l’impossibilità di comprendere Clara, per l’impotenza realizzata di fronte all’improvviso inatteso manifestarsi della sua assoluta estraneità, dell’estraneità e irraggiungibilità di chi nella sua pregressa follia aveva creduto a lui più vicino; per la constatazione della definitiva incomunicabilità con lei. Ciò che faceva questa estraneità-irraggiungibilità-incomunicabilità era il delirio artistico di Clara, una sorta di equivalente all’amore per una verità che giustificava la violenza del tradimento e permetteva di considerare come violenza la ribellione a questa violenza. Non c’entra il fatto che la musica di Brahms fosse più coinvolgente e più o diversamente erotica rispetto a quella di Schumann, questo riguarda il confronto tra Brahms e Schumann. Ciò che Schumann non poté includere nella linea che definiva il suo essere e che perciò frantumò questa linea e gli fece smarrire il suo essere fu la gestione o utilizzazione che Clara fece di questo fatto nel suo rapporto con lui. Ella non poteva però fare altrimenti e lo psichiatra cui Schumann si affidò fece il resto.
Inserendo nel sito il mio scritto su Mannoni (O. Mannoni sul feticismo della verità) non ho voluto solo recuperare un pezzo della mia storia e rendere omaggio a una persona che mi è stata significativa, ma anche porre un tassello alla mia ricerca di risposta all’interrogativo che mi ricorre: come una teoria che ritengo vera possa esprimersi in una prassi che comprende aspetti non marginali che non condivido e che mi sembrano non essere in sintonia con la teoria stessa. Nessuna verità ha in sé il potere di opporsi alla possibilità di diventare un feticcio. Ogni proposizione vera può diventare un sostituto della verità. In fondo, il discorso sul feticismo della verità equivale alla critica di Machiavelli agli esempi: gli esempi servono solo a distanziarsene. L’immagine dell’eroe, in qualunque salsa venga servita, può comportare la negazione della nascita.
Verità. Aletheia, ovvero, come è noto, disnascondimento. La verità non è una cosa, ma un atto e un movimento, o meglio forse solo l’esperienza di un atto e di un movimento. La presenza di questo movimento è il segno certo e indispensabile di un’esperienza di verità. Come quando un paziente, che ha saltato due o più sedute, racconta di avere sognato una giungla con due minacciosi leoni. Verità è quando, sapendo che per venire al tuo studio deve attraversare un cortile con molte piante, togli il velo giungla e trovi (scopri) il cortile e subito appresso togli il velo dei motivi addotti per aver mancato le sedute e trovi (scopri) la paura dei leoni e poi magari riesci a togliere il velo dei leoni e trovi (scopri) l’oggetto della paura.
La giungla non è un falso, sembra piuttosto una rappresentazione. Ci sono casi in cui il velo è un falso, oppure ogni falso è sempre in qualche misura una rappresentazione? E’possibile, è concepibile il falso puro?
Se la verità non è una cosa, ma l’atto del dis-nascondimento, una teoria è vera nella misura in cui e fintanto che favorisce la produzione di tale atto. In questo senso non v’è opposizione tra teoria della natura e teoria dell’uomo, ambedue sono vere nella misura in cui e fintanto che consentono di produrre e riprodurre un atto che per la prima è l’esperimento, per la seconda lo svelamento. Svelamento ed esperimento sono (quasi) sinonimi.
Gli ipnotisti della scuola di Erikson curano raccontando favole, rilevando elementi patologici prodotti dai pazienti nella comunicazione verbale, nel comportamento o nel sogno e inserendoli in contesti di discorso nei quali figurano o si risolvono positivamente. In breve, innestano nella storia negativa del paziente una storia positiva. La critica, ovvia, è che non si preoccupano della verità, che non procedono scientificamente, che illudono anziché curare e che i risultati che ottengono sono fragili perché fondati sul nulla. Le cose non sono però così semplici, o almeno non può essere questa una critica definitiva, visto il ruolo sempre maggiore attribuito al costruzionismo nelle terapie non ipnotiche. Quale è la psicoterapia che non fa uso della favola? I casi clinici di Freud che altro sono se non favole? E la stessa pratica della proposizione di immagini nell’analisi collettiva che altro è se non costruzione di favole?
Esiste un criterio che permetta di distinguere in base a una gerarchia di verità e di valore le favole dell’ipnotista, del terapeuta freudiano, del terapeuta dell’analisi collettiva e quante altre? Sta solo nel loro spessore, nella loro forza di convincimento, o anche in qualcos’altro? Forse sta nell’atteggiamento che inducono verso l’altro, nella teoria della società che sottendono.
Ci si è scandalizzati a proposito dei casi clinici di Freud, a partire da quello di Anna O., per le balle che egli racconta. Lo si è accusato, io stesso l’ho fatto, di disonestà e falsità. Non che non sia così, ma ora aggiungo che forse va anche considerato il fatto che stava costruendo favole, che la disonestà e la falsità erano funzionali a tale costruzione, che egli stava agendo il potere terapeutico del falso e che nell’agire questo potere esprimeva la sua opposizione all’organicismo.
E' possibile sostenere che la produzione di falsi costituisce la crepa nell’impianto organicistico del pensiero freudiano?
Freud era consapevole delle sue falsificazioni? Si può ritenere che si, o meglio poniamo che lo fosse. Anche il grande inquisitore di Dostojevski è consapevole di dire, insegnare, imporre il falso. Così arriviamo al nocciolo della questione, cioè al suo nucleo religioso o razzista. Se Freud era consapevole delle sue falsificazioni, le produceva comunque perché si sentiva in diritto di farlo; e si sentiva in diritto di farlo perché si riteneva depositario del sapere di ciò che era bene e di ciò che era male per i pazienti e per l’umanità. L’eletto della religione, il superuomo di Nietzsche, il “filosofo” di Kojève e di Strauss.
Togliere un velo, stendere un velo. Due concezioni dell’ermeneutica: interpretare come stendere un velo, interpretare come togliere un velo. I casi clinici di Freud stendono un velo, scoprire sotto la giungla il cortile toglie un velo. Imporre un significato, sperare nel significato.
Ogni ermeneutica costruzionista come imposizione di significato ha un presupposto religioso di visione pessimistica dell’uomo.
Il mio debito l’ho saldato. Di capponi ne ho portati tanti tenendoli per le zampe, alcuni, forse, sono serviti a sopravvivere. Adesso mi ritengo libero, libero non d’altro che di dire quello che penso, senza preoccuparmi, se non nei limiti che decido io, di mantenere silenzi per non turbare le anime.
Fagioli ha fin dagli anni settanta, con quella che egli stesso chiama la sua certezza paranoica di essere, catalizzato l’estremo bisogno di certezza di una moltitudine di persone, compreso il mio. Quel bisogno, proprio perché estremo, non va tanto per il sottile: gli basta sentirsi appagato in parte per potersi poi ritenere fanaticamente appagato in tutto sempre e comunque.
La distruzione dell’immagine che puntualmente avviene nell’analisi collettiva, o, per essere più esatto, lo scollamento che a un certo punto immancabilmente viene prodotto tra la figura e l’immagine, il rappresentante e il rappresentato, attraverso il rifiuto della figura rappresentante e la separazione da essa, sono il momento del recupero della verità? Lo specifico dell’analisi collettiva è questo suo procedere alternando la favola e il discorso vero? Questa alternanza significa un procedere altalenante o progressivo? E nel rifiuto della figura rappresentante quanto c’è di costruzione di un’altra favola di segno opposto alla precedente, ovvero questa volta negativa? Favole di fate e di principi, favole di orchi e di streghe.
Nell’insistenza, nella scandalosa impudicizia, con la quale, nell’alternarsi di favole positive e di favole negative, viene perseguita, mantenuta e incrementata la costruzione del mito della sanità del terapeuta, quanto c’è di un’intenzione terapeutica che persegue il fine di produrre una separazione da quella costruzione?
I due volti dell’analisi collettiva: quello pubblico di un’impresa volta al bene comune e quello privato che, a partire da un dato momento, è diventato sempre più quello di un’azienda di famiglia. La montagna ha partorito un topolino. Oppure no, è stato un percorso la cui necessità era inscritta nelle origini più segrete dell’impresa? Oppure no, è stata una scelta ponderata, drammatica, ritenuta inevitabile: è maturato che la sola cosa che può restare sfidando il tempo è il libro, i libri, la teoria, nuda e cruda? Per questo sono necessari sacerdoti legati alla teoria da qualcosa che va oltre ogni pretesa di intelligenza, dal vincolo del sangue e dell’interesse. Ma la teoria può vivere senza essere intesa? Non c’è il rischio che divenga un feticcio? L’universo è grande. C’è un mondo in cui non può che esser conservata sotto l’occhio vigile dei suoi eunuchi affinché in altri mondi del tutto indipendenti e inattesi possa forse essere intesa.
La contraddizione tra il discorso sulla non violenza e la violenza insita in certe separazioni. E’ una duplice violenza: per un verso sta nel fatto che certe separazioni, motivate con un fine terapeutico di verità e interesse comune, sono in realtà imposte da interessi contingenti e opinabili; per un altro verso sta nel fatto che si accompagnano alla costruzione di miti negativi sulla realtà delle persone da cui ci si separa, costruzione che avviene avvalendosi di pretesti, o false informazioni non controllate, o indebite generalizzazioni di aspetti di quelle persone parziali o decontestualizzati, o quant’altro, e per cui uno è schizofrenico o schizoide, l’altro frocio o pederasta, l’altro ancora fascista o terrorista. La contraddizione diventa ancora più forte quando il discorso sulla non violenza si accompagna alla prassi per cui la persona dalla quale ci si è separati e sulla quale è stato costruito un mito viene considerata non più esistente e, per quanto sta nel potere del gruppo, resa non esistente.
Quando penso alla mia militanza nell’analisi collettiva, a certe posizioni da me prese ed a certe azioni da me compiute in quella militanza, mi sembra di comprendere come sia possibile il fenomeno per cui alcuni assumono posizioni dalle quali poi non solo si sentono distanti ma sia essi che le hanno assunte, sia gli altri, si chiedono come sia stato possibile che le abbiano assunte. Mi sembra di comprendere il miscuglio di buona fede, speranza, paura e attesa di vantaggi che ha fatto la convinta adesione di milioni di persone a ideologie che hanno poi talora drammaticamente evidenziato i loro limiti, adesione che in seguito, come svegliandosi da un sogno che a molti di loro continua a sembrare non brutto, si sono trovati a gestire come un passato ingombrante e incomprensibile. Nel fare questo pensiero ho ben presenti i limiti dell’analogia, l’incomparabilità della mia esperienza nell’analisi collettiva con quella di quanti aderirono a quelle ideologie ecc., ma ciò non toglie che quella mia esperienza mi renda più comprensibili le loro. Forse la differenza sostanziale che definisce il limite dell’analogia sta nel fatto che in ciò di cui io ho avuto esperienza erano compresi le condizioni e il fine del risveglio che non erano compresi, anzi erano esclusi e intervennero per fattori esterni, nel caso di quelle altre esperienze.
Nel 1974 mio padre aveva protestato che non voleva ridursi a dover stampare esclusivamente libri di Massimo Fagioli e a dover buttare tutto il resto. Io ipocritamente, ma non del tutto, tentai di rassicurarlo che non c’era motivo di temere che sarebbe andata così. In coscienza, non potevo prevedere altrimenti, né immaginare che il suo timore era in difetto: che quanto sarebbe rimasto come filiazione diretta della sua creatura si sarebbe ridotto a pubblicare non solo gli scritti di Fagioli, ma, insieme ad essi, pressoché esclusivamente quelli di suoi figli, generi e, in attesa di quelli dei nipoti, quelli dei suoi e loro piccoli cortigiani. Ma ciò che è grave e che grava su di me come una vergogna ormai indelebile, è che io ho contribuito a questo.
Percezione delirante. Più livelli, più momenti. Per un tratto consiste nel dare a un oggetto connotazioni negative che non sono sue; per un altro tratto, che inizia quando tali connotazioni non vengono più date a quell’oggetto ed esso appare per quello che è, può consistere nel dare a quello stesso oggetto qualità positive che non sono sue. Per contro, la negazione che quella percezione fa delle qualità positive di un oggetto può essere seguita da una negazione delle sue qualità negative. Che rapporto c’è tra le qualità negative attribuite nel primo momento e quelle negate nel secondo? Si può dire che nell’attribuzione di qualità negative in un primo momento c’era l’intuizione delle qualità negative negate nel secondo momento? La storia procede così. (Ciò che è negativo nell’oggetto della percezione delirante va però inteso come ciò che di esso è ancora in potenza, non in atto)
Come distinguere i sogni da interpretare in base a una data teoria dai sogni costruiti in base a quella teoria? Certi sogni evidenziano il reale significato di un evento o impongono all’evento il significato che è presupposto avere in base a una data teoria? Il sogno della ragazza nel quale un suo amante le piscia addosso dice la realtà inconscia dell’amante o impone su di lui il significato che egli è presupposto avere, e che alla ragazza fa comodo egli abbia, in base a una teoria che dice dell’invidia dell’uomo per la donna?
Vangeli apocrifi. Vangelo dell’Infanzia arabo-siriaco. La Signora Santa Maria resuscita un giovane morto facendolo deporre nel letto di Gesù e coprendolo con i vestiti di lui. La Signora Santa Maria cura e guarisce la giovinetta lebbrosa facendola cospargere dell’acqua con cui aveva lavato Gesù. La Signora Santa Maria cura e guarisce l’indemoniata dandole una fascia del corredo di Gesù e suggerendole di mostrala al demonio allorché l’avrebbe assalita. La Signora Santa Maria cura e guarisce un giovane indemoniato facendolo sedere alla destra di Gesù. E così via. Metodologia classica della medicina e della psicoterapia primitiva. Ma la cosa interessante è che il miracolo è affidato al contatto diretto o indiretto, grazie a una sorta di oggetto transizionale, l’acqua del bagno, capi di abbigliamento ecc., o alla prossimità fisica. Interessante è il paradosso di una concezione materialistica del miracolo.
Cristo chiede al popolo ebreo di avere fede. Gli Ebrei lo rifiutano perché aspettano qualcuno in cui avere fiducia, qualcuno che non porti come Cristo promesse (il regno celeste) certificate da miracoli, ma soddisfazioni attuali certificate da fatti oggettivi (il regno terreno). Anche Cupido chiede a Psiche di avere fiducia, ma come in qualcuno che porta soddisfazioni attuali certificate dal fatto soggettivo di un sentire inerente ad esse.
La filosofia è costretta ora a tornare alle sue origini nella riflessione cosmologica. Il suo problema è infatti oggi quello delle riserve energetiche. Il problema dell’essere e della durata del mondo si lega alla prospettiva dell’esaurimento delle riserve energetiche, gas, petrolio, acqua, aria. All’inizio la filosofia credeva di potersi limitare a dire che cosa è l’energia, ora deve dire quanta è.
Visto il film di Woody Allen, Match Point. La fortuna, il grande tema di Machiavelli. In Machiavelli la fortuna è il luogo della libertà, l’occasione della virtù. Già in Democrito e poi nel primo Marx il caso è la condizione della libertà e della virtù. Nel film diventa la negazione della libertà e della virtù. Un corso, una parabola che è quella degli ultimi cinquecento anni di storia dell’occidente. Non è però umano attribuire anche questa parabola al caso, è almeno possibile tentare un’interpretazione storica. L’interpretazione storica diventa così la condizione della riconquista del caso e della fortuna come luogo e condizione della libertà e della virtù.
Ancora sul film di Allen. E’ possibile leggerlo e apprezzarlo come un film denuncia. Alcune dichiarazioni del regista («il senso tragico del film sta nel fatto che Chris uccide il suo sogno») sembrano andare in questa direzione. Più esattamente, non è un caso che il film sia stato concepito nell’America dei Neocons. L’ideologia di Chris, il protagonista, contiene tutti gli ingredienti dell’ideologia neoconservatrice (vedi la mia recensione al libro della Drury) e si potrebbe pensare che il film esprime un’opposizione a questa ideologia proprio per il fatto di rappresentarla nella sua completezza e nelle sue conseguenze inducendo nello spettatore disgusto per essa. C’è però almeno un punto che desta sospetto ed è il modo della rappresentazione, o meglio il modo di uno specifico momento della rappresentazione. E’ la scena dell’uccisione del sogno. Forse è solo una mia impressione, ma insieme alla sua perizia, il regista sembra esprimere la soddisfazione di una qualche personale vendetta nel modo in cui rappresenta l’uccisione, il soffocamento, l’eradicazione del sogno e del suo contenuto di vitalità e di vita. Forse non è solo rappresentazione che invita al disgusto e alla catarsi, ma partecipazione orgasmatica che invita all’identificazione. Insomma, non è chiaro se globalmente e di fatto il film comunichi che il mondo non può e non deve essere quello che rappresenta o che ormai non è altro e non può essere altro che quello. Forse è questo il motivo per cui sono uscito con un forte senso di perplessità e fastidio.
Ancora un’osservazione sul film di Allen. Il vero finale del film è la dichiarazione di inutilità di un altro sogno che non è più quello di vita del protagonista rappresentato dalla giovane donna che egli finisce con l’uccidere mentre è incinta di lui, ma quello di conoscenza del detective, l’unico possibile interprete residuo: la menzognera materialità del dato del casuale ritrovamento di un anello è più forte della verità di questo secondo sogno. Lontana eco dei trascorsi freudiani del regista?
Rivendicazione inutile. A. Pagnini sul supplemento di “Sole 24 ore” del 29.1 p.38, recensendo l’edizione degli scritti di metapsicologia di Freud curata da Ranchetti, scopre l’influenza di Kant su Freud: io ho cominciato a parlarne fin dal 1986.
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