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Donne e pastasciutta. Una nota sul concetto di desiderio 15:53 - 26 Agosto 2004
una nota sul concetto di desiderio

1. Il primo libro della Metafisica di Aristotele si apre con una frase che lascia in chi la incontra una traccia indelebile quanto quella di una promessa non ancora mantenuta: pàntes àntropoi tu eidénai orègontai fùsei (A 980 a).
Potremmo tradurre “tutti gli uomini hanno un originario desiderio di conoscere”, ma non renderemmo a pieno il senso di queste parole. Situate quasi all’inizio del pensiero occidentale esse rivolgono una sfida contro il suo successivo percorso nella misura in cui questo si può identificare con lo sviluppo di una conoscenza scissa dal desiderio: dicono infatti che questa vi è radicata e legano conoscenza e desiderio a un vedere che non si rivolge agli oggetti del mondo fisico, ma a forme, immagini, idee, e che non è un guardare, ma neppure un vedere qualcosa che non c’è o, in qualcosa, quello che non c’è; dicono inoltre non solo che questo nesso tra desiderare, conoscere e vedere è proprio di tutti gli uomini, ovvero universale e specifico, ma anche che è tale perché situato nella loro origine.

2. Aristotele, come è noto, presenta due volti. Scrisse il Protrettico, ma anche le Categorie; legò desiderare conoscere e vedere forme, ma perseguì altrove una conoscenza senza desiderio volta a realtà inerti (Veggetti 1979) e legata all’esercizio del più nobile dei cinque sensi che però non è un vedere, ma un guardare.
W. Jaeger ci ha insegnato a distinguere nei testi questi due volti e a parlare di un Aristotele platonico e di uno poi non più tale; anche se quello che egli chiama platonico, quello della frase citata, sembra qualcosa d’altro e forse di più, in quanto Platone, pur parlando di un conoscere legato al vedere, non lo lega al desiderio, ma a un'ascesi rispetto a qualcosa che può essere confuso con il desiderio.
Platonico o no, il volto dell’Aristotele che ci stupisce allorché lega desiderare conoscere vedere e propone questo legame come universale specifico e originario, è quello di molto minoritario nel conto dell’audience, è il volto di quello che è stato felicemente detto l’«Aristotele perduto».
In molte traduzioni infatti il senso delle parole che ho riportate è sparito. Quella di Russo (1973), ad esempio, rende orègontai con uno scialbo «tendono a» inteso forse a evitare di suggerire la possibilità di uno slittamento dal desiderio che spinge al conoscere vedere, verso qualcosa che spinge all’orgia delle Baccanti e poi delle streghe.
Per questo suo carattere, quella traduzione può servire a rappresentare il punto di arrivo di una lunga storia, quella appunto dell’Aristotele perduto che dice della storia del nesso perduto tra desiderare, conoscere e un vedere che, pur sorto dal guardare, non è guardare.
E’ una storia che va oltre il personale percorso di Aristotele e della fortuna della sua opera; la ritroviamo, ad esempio, nella storia della fortuna dei miti.
Il mito di Amore e Psiche tramandato da Apuleio parla della stretta connessione tra il desiderio, la conoscenza e un vedere forse sorto, ma non esercitato, dal senso della vista che anzi, dice quel mito, nell’asservirsi a un movimento di sfiducia e possesso, e nel diventare guardare, fa perdere desiderio e conoscenza. Ma oggi il mito di Amore e Psiche fatica a presentarsi altrimenti che, attraverso lo sfruttamento delle immagini di Canova, come vuoto strumento di qualche pubblicità; fatica addirittura ad essere letto se c’è chi ha detto che lo scrigno di Psiche, che in realtà conservava una possibilità di conoscere vedere, permette, una volta aperto, di guardare pezzi di carne (Bodei).
Molto più ascolto hanno avuto il mito biblico nel quale il desiderio è legato al mangiare e al morire e, negli ultimi cento anni, la sua versione moderna costituita, più che dal mito di Edipo, da quello dell’omonimo complesso (Freud 1905) ove di nuovo il desiderio è legato alla morte e la conoscenza diventa consapevole contemplazione di questo legame suggerendo astinenza o controllo.
Così, il mito di Pentesilea, rievocato da A. Semeraro in questa stessa rivista, può avere più fortuna nella sua versione ottocentesca che dice di un desiderio che è ormai orgia, anziché nel suo accennare a un desiderio ferito dall’altrui non conoscere, non vedere, non desiderare, decaduto e perduto in qualcosa che desiderio più non è, e non è neppure “trascendimento”, casomai perversione, del desiderio.

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