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Filosofia, psicologia e politica nel primo Dewey 15:45 - 26 Gennaio 2006

BREVE PRESENTAZIONE E GIUSTIFICAZIONE DI QUESTA EDIZIONE TELEMATICA DEL MIO LIBRO DEL 1984

Ripropongo il mio libro su Dewey pubblicato nel 1984 da La Nuova Italia. Esso è da tempo esaurito e quella che ora rendo disponibile sul sito può essere considerata come la sua seconda edizione. Nella sostanza delle tesi sostenute, essa è identica a quella del 1984; ho cercato però di renderla più leggibile intervenendo sulla forma, sopprimendo passi, alleggerendo le citazioni e le note e cambiando lievemente il titolo (non più “Filosofia e psicologia nel primo Dewey”, ma “Filosofia, psicologia e politica nel primo Dewey”) che ora esprime più pienamente il contenuto del libro.
Avrei dovuto aggiungere a questa seconda edizione telematica un’introduzione nella quale spiegare i motivi personali e culturali del mio interesse per un autore la cui importanza è pari alla sua assenza di fascino, il nesso tra tale interesse e i miei altri, e che cosa mi spinge a riproporre questo lavoro di venti anni fa. Forse lo farò, ma intanto ho obbedito all’impazienza di arricchire il sito con un testo disponibile limitandomi per ora a una sola considerazione a proposito di quanto sopra; e può essere indicativo dell’attualità che attribuisco a questo lavoro il fatto che essa tragga spunto da uno dei miei scritti più recenti, la lunga recensione del libro di S. Drury, Terror and Civilization apparsa sul numero di dicembre 2005 di Pol. it, ma disponibile anche su questo sito.
Come ho accennato in una delle “bollicine” dello stesso dicembre, una critica che può essere rivolta al peraltro quanto mai valido libro della Drury è quella di adottare due pesi e due misure nel rivolgersi al Cristianesimo e alla Democrazia americana. Ella contesta e rifiuta a proposito del primo quello che chiama l’"argomento apologetico", l’argomento cioè ben noto e largamente sfruttato secondo cui i crimini della Chiesa sarebbero da imputarsi a una degenerazione del messaggio evangelico e non a questo, ma non fa altrettanto a proposito della Democrazia americana. Ella ne critica e rifiuta l’attuale deriva verso il totalitarismo e l’integralismo religioso, ma sembra ritenere si tratti di una degenerazione dei suoi ideali fondativi da imputare ad alcuni gruppi e a transitorie influenze di pensatori venuti dall’Europa e non a qualcosa di presente già in tali ideali.
Il mio libro su Dewey invita tra l’altro a riflettere su questo pregiudizio. Scoprire quanto di totalitarismo e integralismo religioso fosse presente in una concezione della democrazia che si rifà direttamente a quegli ideali, che ha ispirato lo stesso New Deal e che si è ritenuto potesse riscattare la società italiana dalla sua ubriacatura autoritaria pre-guerra, può servire a comprendere il presente e ad affrontarlo senza confondersi con false alternative. Più in generale, può servire a riflettere sul grande fenomeno psicologico della costruzione del falso quale si esprime nella tendenza moderna a presentare il vecchio come nuovo, l’integralismo come liberalismo, l’ideologia come scienza e, nella fattispecie, scienza psicologica.

Aggiungo, a proposito dei motivi personali del mio interesse per Dewey, che dedico questa seconda edizione di questo libro alla memoria di mio padre perché mi rendo conto solo ora che esso comprendeva anche un colloquio a distanza, a grande distanza, ma comunque un colloquio, con lui.

Copyright 2006 Luigi Antonello Armando

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