Home pageNotizie BiograficheLibri e ArticoliNovitàGuestbookContatti

- Terrore o sbigottimento? Una nota sul Machi ...
- Cura e verità. Recensione-saggio del libro ...
- Bollicine 2008-2010
- Bollicine del 2007
2 Commenti Leggi i commenti  Download Scarica offline  Segnala Segnala la pagina  Stampa Stampa la pagina  


Bollicine 2005 10:13 - 18 Giugno 2005
Per bollicine intendo pensieri che vengono su così, affiorano inattesi. Riguardano letture fatte, spettacoli visti, attualità di politica cultura e cronaca, argomenti che sto studiando o che ho studiato, momenti di lavoro, persone, qualche mio vissuto.

Bollicine di Maggio 2005.

*Principi senza padri: rendere più chiaro che il “senza” non significa necessariamente “contro”, non si ottiene con il “contro”.

*Sia Glicerio nell’Andria che Clizia sono, almeno per il tempo che la commedia è attiva, senza padre, eroine senza padre, adottate. … è per questo che muovono le cose? C’è un nesso, una continuità di pensieri con il principe senza padre? Questo è il principio del movimento in politica, quelle nel privato e nel quotidiano?

*Sia l’Andria che la Clizia presentano il tema del riconoscimento. Si concludono infatti ambedue con un riconoscimento da parte del padre. Dunque complessità del problema: l’eroe non ha padri, ma deve essere riconosciuto dal padre o dal popolo in sua vece.

*Lo stato laico è lo spazio aperto al dopo, il segno della consapevolezza che la storia non è finita.

*I sostenitori dell’astensione nel referendum sulla legge 40 compiono due abusi sulla parola “vita”: la usano per indicare l’esistente che va indicato con la parola vitalità e la usano per indicare l’inesistente che va indicato con la parola anima

*La capacità di autori come Strauss di compiere analisi raffinate, di rivoltare i testi da tutte le parti e di trovarvi molteplici significati (come descritta da Anne Norton nel suo bel libro "Leo Strauss and the Politics of American Empire") risiede nel presupposto di avere privati quei testi di ogni loro propria identità, di trattarli cinicamente come materiali inerti sui quali far valere una propria astratta potenza, un po’ come i serial killer trattano i corpi delle loro vittime. Bisognerebbe fare un’indagine sul rapporto effettivo tra il tipo di insegnamento descritto dalla Norton e il fenomeno dei serial killer in USA.

*Strauss scrive in diretta opposizione a Machiavelli, scrive, dice lui, per riparare i guasti che Machiavelli avrebbe fatto criticando la tradizione e dando libero corso al desiderio. Strauss scrive in esplicita opposizione a Machiavelli e il punto in cui l’opposizione tra i due si vede di più ed è più scottante e il modo di considerare le donne: per Machiavelli l’immagine femminile, la vaghezza della donna, è una linfa vitale, per Strauss la maggiore minaccia, il maggior supporto del naufragio liberistico del mondo moderno. Nonostante nominalmente si oppongano all’omosessualità, v’è un rapporto strettissimo tra neoconservatori e omosessualità, esplicito in Bloom, esaltato nella considerazione per una certa interpretazione della paideia greca.

*Paradosso: i cattolici spagnoli si oppongono alle nuove leggi socialiste sull’omosessualità, ma la Spagna ha potuto promulgarle a motivo della sua tradizione cattolica. L’accettazione socialista dell’omosessualità in Spagna si spiega anche come esplicitazione, risvolto dichiarato, della latente non dichiarata accettazione dell’omosessualità da parte della religione cattolica. Non è un caso che il paese più cattolico sia il più favorevole all’omosessualità.

*Fatto curioso degno di essere approfondito: il modo di Strauss (e dei neoconservatori) di concepire il desiderio è lo stesso di Freud. Più curioso ancora: mettono insieme quello della tradizione religiosa (peccato originale) e quello di Freud (perversione originaria). Un'indicazione del fatto che l’affermazione dei neoconservatori è l’affermazione del freudismo? O più semplicemente un'altra dimostrazione, per la proprietà transitiva, della religiosità del razionalismo freudiano?

*L’argomentazione “non può capire perché non è mai venuto o ha smesso di venire ai seminari” somiglia a quella che usavano i freudiani quando confutavano le critiche in quanto provenienti da chi non si era sottoposto ad analisi. In ambedue i casi, una volta adottato un punto di vista le cose appaiono in un dato modo e non in un altro. Siamo di fronte alla subordinazione della dimostrazione a un atto di fede? L’analogia, evidentissima, è solo formale?

*Qualcuno potrebbe sostenere che la poca o nessuna penetrazione della teoria della nascita nella sinistra sia dovuta alle diffidenze della sinistra stessa nei miei confronti: lo dimostrerebbe l’attuale attenzione, che ha toccato l’apice nel flirt con Bertinotti che ha tra l’altro prodotto il miracolo della scoperta da parte di quest’ultimo di una propria anima religiosa. Sostenere questo significa non tenere conto del fatto che quelle diffidenze erano dovute al mio rapporto con la teoria della nascita e a quanto avevo scritto o proposto al riguardo per i giornali della sinistra: un altro caso di ricostruzione storica arbitraria, di voluta ignoranza della realtà dei fatti in nome di una cura che si affida sempre più alla coesione interna di un gruppo da ottenersi a qualsiasi costo, ed al fatto di identificare a qualsiasi costo un nemico sempre nuovo, senza riguardo alcuno per la persona.

Fukuyama tenta di salvare la società capitalistica dalla critica di Strauss contrapponendo al desiderio il desiderio del riconoscimento. La società capitalistica, il mercato sarebbero sostenuti e mossi dal valore costituito dal desiderio di riconoscimento, dal desiderio di gloria. Contrappone "l'anima concupiscente" a "l'anima timotica".

Bollicine di Luglio.

*Si dice che, a chi gli chiedeva quale bellezza volesse rappresentare, Raffaello abbia risposto di non voler fare altro che inseguire l’espressione di una sua «certa idea»; e chi ha commentato questa parole si è poi affrettato a dire che quella «certa idea» veniva dai classici, che Raffaello, al pari di altri grandi del Rinascimento, prendeva a modello.
Non è detto che sia così. Va riconosciuta come propria di Raffaello la sua «certa idea» della bellezza. Fu sua, una sua intuizione, una sua scoperta, qualcosa di nuovo che la sua genialità introdusse nella storia e con cui dopo di lui ci si sarebbe dovuti confrontare. Certo, ve la introdusse nel momento in cui Leonardo vi introduceva la sua «certa idea» del “non finito” e Machiavelli la sua «certa idea» del principe senza padri, che nulla aveva neppure essa di classico.
Quella «certa idea» era dunque di ciascuno di loro, ma anche di tutti loro e forse dobbiamo dire di molti che non seppero afferrarne un aspetto e darle un’espressione tramandabile; nel riconoscere la genialità di quanti seppero farlo, bisogna perciò anche dire di una diffusa consapevolezza dell’impossibilità di vivere senza un nuovo maturata per una materialità di eventi, di una storia che rende possibile e necessaria quell’espressione…..
…… Dopo la seconda guerra mondiale si è affermato un modo di raccontare la storia non solo attento più al «particolare» che alle «variazioni grandi», ma anche impegnato a riportare ogni aspetto di variazione a un precedente. Di questa storiografia è stato maestro in Italia Eugenio Garin che ne pubblicò il manifesto nel 1959 (o nel 1958, non ricordo bene) su “Il giornale critico della filosofia italiana” allora diretto da Ugo Spirito. Era la reazione, a un tempo, al mito idealistico dell’eroe e al proliferare di false scoperte che aveva condotto alla catastrofe della seconda guerra mondiale e la cui minaccia era ancora attuale. Fu una storiografia che temeva il nuovo e si obbligava a riconoscere solo la filiazione di un precedente. Essa ripeteva ciò che era avvenuto con l’Umanesimo, quando il risolversi di una buona novella nell’inganno della chiesa aveva ridato autorità alle parole dei classici - meglio un passato certo che un nuovo ingannevole.
Questa storiografia era nell’impossibilità di pensare che Raffaello parlando di una sua «certa idea» parlasse d’altro che di qualcosa che aveva attinto ai classici; essa, un pensiero come quello di Machiavelli, che dei classici raccomandava lo studio ma non certo l’imitazione, difficilmente poteva comprenderlo.

*La nuova forma di principe e la sua azione non possono essere comprese in termini strettamente politici. Rispondono al problema filosofico dell’assenza e della presenza del mondo umano, del non essere e dell’essere; un problema che é anche politico perché Machiavelli non lo pone in astratto, ma come quello del destino politico di Firenze.
Il compito che l’ultimo capitolo del trattato affida, più ancora che al giovane Lorenzo, a «uno che nuovo surga», può essere detto dunque politico a patto di considerare che difendere il bene dove c’è, o restaurarlo dove se ne dà l’occasione confermandolo, significa, pur nello specifico riferimento a una data «università di uomini», affermare e assicurare la realtà e la durata del mondo umano.
Questo significa che la metafora del principe «al tutto nuovo», come colui «che è esposto sul nascere», come principe senza padre, ha il contenuto del "partirsi" da una filosofia, da una mente, che sembra presentare la durata come impossibile, ma in realtà la dà per scontata, la confonde con un'astratta eternità, radicalizzandone in tal modo l'impossibilità perché non si limita a scoraggiare ogni tentativo di attuarla, ma ne toglie la nozione.

* L’ultimo verso di una delle due poesie indirizzate a Giuliano dal fondo del carcere nel 1513: «... non sono il Dazzo, io son io». La scoperta dell’io nasce dal rifiuto di un misconoscimento. Il no precede il sì.

* Strauss ha ragione nel dire che la novità di Machiavelli non sta nella scoperta della negatività della natura umana, solo che non sta neppure, come invece egli sostiene, nell’avere divulgato la conoscenza di tale negatività che la sapienza antica già avrebbe posseduto ma opportunamente nascosto: sta in quell’«io son io» gridato dal fondo del carcere, in quell’affermazione dell’io che nasce dal rifiuto.

* L’opposizione di Strauss alle donne, il modo in cui egli commenta l’immagine della fortuna, ricordano la critica che Guicciardini fa rivolgere da Madonna Possessione di Finocchieto a Machiavelli perchè si lasciava prendere dalla «vaghezza» delle donne e la difesa che Guicciardini fa dei tratti mascolini di Madonna Possessione.

* L’articolo di Carlo Anzillotti e signora sul narcisismo sano (“Il sogno della farfalla” 3/2004) è una grande pippa. E’ una classica espressione della scienza normale. Finisce dove dovrebbe cominciare. Non affronta il problema degli usi della nozione di quel narcisismo. Un conto è costruire una bella bicicletta e spiegare come è fatta; il problema poi è che ci si può andare dovunque.

* Analizzare fino in fondo il percorso logico che sostiene l’uso di termini positivi condivisi per affermare interessi particolari di segno opposto a quello che quei termini indicano e per cui sono ritenuti positivi e sono condivisi. Ad esempio, quando i cattolici chiamano in causa la libertà per rivendicare i privilegi della scuola privata; oppure quando i leghisti chiamano in causa l’indignazione per le vittime di aggressioni per porre in essere degli aggressori.

* A proposito di Freud e dello storicismo. «Ieri un ragazzo (…)mi ha detto: “Tu sei aggressivo e violento perché parli male di un certo tizio che poi, poveretto, ormai è morto da sessant’anni. Perché ne parli male? Devi sfogare una certa violenza perché invece lui ti ha insegnato molte cose; o per lo meno ti ha dato la possibilità di ribellarti, di contestare, di realizzare la tua identità contro quello che aveva fatto lui”. (…) nella filosofia si dice che il male e il bene stanno insieme e che l’uno non può fare a meno dell’altro, quindi il fatto che io abbia scoperto che c’era questa che chiamiamo truffa storica, questa violenza che non è violenza fisica che rompe testa, gambe e braccia, ha dato modo a me di ribellarmi, facendo del bene, dicendo le cose giuste e rivelando a tutti quelle che sono sbagliate. Io non so se sono d’accordo, perché si potrebbe andare a finire a considerazioni molto gravi, e una di queste è storica: che il nazismo ha fatto bene perché ha determinato l’insorgenza della Resistenza e della liberazione d’Italia.» (M.Fagioli in “Il sogno della farfalla” 3/ 2005).
Si parla a nuora perché suocera intenda? E’ ancora critica allo storicismo? E’ una risposta a chi ha sollevato problemi circa la critica allo storicismo? Molto probabilmente. Però è chiaro il trucco, ancora una volta il gioco delle tre carte. A parte il riciclaggio dell’esecrato concetto di male, non è un problema di male e di bene, ma di esistenza e non esistenza. Ciò cui si è obiettato non è l’aver detto che Freud è male, ma che non è mai esistito. Sostenere che il nazismo non è mai esistito sarebbe il massimo del revisionismo, sarebbe sì una "considerazione molo grave". Si deforma la critica sostituendo una sua parola con un’altra e facilmente la si demolisce, ma l’unico risultato è in realtà quello di avere evitato (negato?) un problema.

Bollicine di Agosto

Strauss scrive che secondo Machiavelli l’esperienza umana iniziale è il terrore esistenziale. Gli sfugge completamente che per Machiavelli tale esperienza è lo «sbigottimento». Gli sfugge la differenza tra terrore e sbigottimento. Gli sfugge anche il nesso tra lo sbigottimento che coglie i Ciompi di fronte alla libertà conquistata e quello che coglie Vettori di fronte a Costanza e che accompagna Machiavelli stesso nel suo percorso verso un’innominata, per come lo rappresenta ne L'asino. Ha visto giusto David: lo «sbigottimento» è la Ratlosigkeit? E’ comunque tutt’altro dallo stato emozionale indotto dallo unheimlich, dall’ uncanny, freudiano.

Ho capito perché a Napoli 1999 il mio intervento portava alla depressione. In un certo senso era proprio così perché invitava a un confronto, cioè sottraeva ai partecipanti all’analisi collettiva la possibilità di porsi come esclusivamente docenti. Io non credo che questo invito comportasse una negazione e tanto meno proponesse la rassegnazione, e tanto meno ancora (come mi disse De Simone) che riproponesse .Mito e realtà del ritorno a Freud del 1973. Per me voleva contrastare un’euforia che sembra un ingrediente essenziale della cura e che ha sempre bisogno di essere riaccesa attraverso nuovi sacrifici ed attraverso quell’invenzione di una storia trionfante dell’analisi collettiva che avrebbe preso forma negli Incontri del 2001 e seguenti.

Immagini. Una bella donna, bellissime gambe ecc., una smagliatura in una calza. Il titolo di professore, negli anni passati usato nell’ambito dell’analisi collettiva con valenza negativa, associato alla figura patetica e risibile di Umrath, sembra poi essere stato rivalutato, volentieri fruito e soprattutto generosamente distribuito. Si diventa professori per investitura, popolare o altro. E sarebbe una bella riforma dei concorsi se non fosse che neppure essa fornisce garanzie contro il risultato di mettere in cattedra l’ignoranza. Nuovi professori sono sorti. Appartengono tutti a una stessa stirpe o le sono in qualche modo congiunti. Non hanno avuto bisogno di fare concorsi, alcuni non hanno neppure bisogno di saper scrivere, altri vantano pubblicazioni che non hanno scritto. E’ una manifestazione del nuovo di fronte alla quale ogni amante del nuovo dovrebbe gioire e correre ad apprendere, oppure è una smagliatura nell’immagine del nuovo?

Molto bella la lettera di Bertinotti su “Liberazione” in risposta alle domande di una donna e due bambini. Centrale il punto in cui spiega la parola “rifondazione”. Di rifondazione aveva parlato anche De Giovanni ne La nottula di Minervanell’ambito di una riflessione sulla crisi del PCI chiamando in causa le parole di Machiavelli sulla rifondazione. Nella mia recensione al libro di De Giovanni ho sostenuto che la sua intuizione aveva trovato un limite nella mancata interpretazione del senso che quella parola ha in Machiavelli. Forse vale la pena di accertarsi che si sia andati oltre questo limite anche in rapporto al progetto di rifondazione di cui parla la lettera.

Tutti entusiasti del discorso di papa Ratzinger a Colonia il 20 agosto. Parla di tolleranza, di libertà, di mai più guerre di religione, di rispetto per le altre fedi. Dove sta il veleno? Nell’assunto, lasciato poi neppure tanto implicito, che dalla tolleranza sono esclusi i laici e che essa è comunque garantita dalla fede in Cristo. Giustamente intitolava il commentatore de “Il tempo” del 22 agosto: “La libertà sta solo nella fede”. La tolleranza dunque per mezzo dell’intolleranza, la libertà per mezzo dell’asservimento. In realtà sono pronti ancora oggi come secoli fa a mandare sul rogo coloro cui si sono rivolti con amore, nel momento in cui non serva più rivolgersi loro così; ed a mandarceli, ovviamente, per amore e in difesa del principio della tolleranza. Oggi come sempre, quando non possono altro, si travestono da pecore, ma restano lupi. Alternano, a seconda delle convenienze, la politica dell’umiltà e la politica del terrore. La perversione cui fa capo questa alternanza esiste come dato strutturale originario, ovvero evangelico, della mente cristiana.

Un libro, quello di Shadia Drury (Terror and Civilization. Christianity, Politics and the Western Psiche, Palgrave Macmillan, New York 2004 vedi ora la recensione che ne ho fatta su questo sito), oltre che colto e intelligente, coraggioso, se si considera che è stato pubblicato negli USA di oggi e destinato anzitutto a un pubblico nordamericano. Ecco due tra le sue idee centrali: l’etica, prima che della Chiesa, dello stesso messaggio evangelico, è un’etica del terrore; il freudismo è una riproposizione potenziata e peggiorativa, perché messa in abito razionalista e scientifico, del terrorismo evangelico. Davvero sorprendente, credevamo di avere pensato solo noi, in Italia, queste cose, in particolare la seconda. Tra l’altro, una conferma della tesi da me sostenuta nel 1976 (La realtà storica del freudismo in La ripetizione e la nascita) e poi a Napoli nel 1999 (La crisi del freudismo ecc, in La ripetizione e la nascita) sul significato storico specifico della religiosità di Freud.

Bollicine di Settembre.

Non solo la Chiesa della Controriforma, ma anche quella protestante, con le sue varie formulazioni sull’identificazione degli eletti, tende alla devastazione del pensiero di Machiavelli sul riconoscimento. Non è un caso che la demonizzazione di Machiavelli abbia avuto inizio in ambito protestante con il libro di Innocent Gentillet. Che il Protestantesimo sia una rivolta non contro la Chiesa di Roma, ma contro Machiavelli, o meglio contro istanze che Machiavelli esprimeva e che si esprimevano anche in Germania e muovevano quelli che saranno poi gli Anabattisti? Machiavelli muore nel 1527, le tesi di Lutero sono del 1517, la sconfitta degli Anabattisti a Frankenhausen è del 1525.

I Germani «contenti nella civile equalità» che «ammazzano» i «gentiliuomini» sono i precursori degli Anabattisti? E possibile scorgere in Discorsi II 55 l’intuizione di un fenomeno che si sarebbe sviluppato nell’Anabattismo?

C’è un aspetto del mio libro su Machiavelli che lo rende attuale nella storia della teoria della nascita. Questa storia si è scontrata con le varie ideologie del novecento e, quando questo scontro si era positivamente concluso, si è dovuta confrontare con un’opposizione, un nonostante, ancora più forte: quello dell’ideologia religiosa che aveva sostituito le altre e che si ripresentava potenziata all’estremo nella versione propria, nutrita dai presupposti fondamentalisti, dell’ideologia dei neoconservatori americani. Quest’ideologia si è ispirata a quel Leo Strauss il cui pensiero si è in parte costruito su un’interpretazione monca del pensiero di Machiavelli: coglieva la demolizione da esso attuata nei confronti dell’ideologia religiosa, ma trascurava la ricchezza della progettualità del suo discorso su una fondazione alternativa del bene comune e perciò riponeva la salvezza della società americana e di tutto l’occidente in una riaffermazione dei valori religiosi al di là di quella demolizione. In questo contesto, una lettura di Machiavelli che pone in evidenza quella progettualità e sottolinea l’aspetto positivo e costruttivo del suo laicismo può contribuire a quell’opposizione al fondamentalismo religioso della quale oggi la teoria della nascita costituisce la punta avanzata.

Ermeneutica o no, costruttivismo o no, Rashomon o no, il metodo di fare affermazioni false su altre persone al fine di compattare il gruppo nell’opposizione a un nemico e nella condivisione di una mitologia, è inaccettabile. Alla distinzione tra fantasticheria e fantasia, esatta originale e risolutiva, bisogna aggiungere quella tra fantasia e menzogna. C’è un fatto curioso che può portare oltre l’indignazione, avvicinare alla comprensione del fenomeno: negli anni recenti, la gestione dell’analisi collettiva è venuta a partecipare della stessa idealizzazione del falso propria nei neoconservatori americani. E’ il problema dell’opposizione tra cura e verità. Bisogna affrontare questo problema.

Il problema del falso non è posto dalle costruzioni, ma dai dati. Un conto se la costruzione viene dopo il dato, un altro se viene prima.

Ogni costruzione (filosofica poetica, artistica, terapeutica – anche scientifica?) ha un limite intrinseco nel rispetto. Infrangendo questo limite perde il diritto ad essere rispettata.

Rispetto al Comunismo, le “smagliature” nell’immagine di una teoria che fa dell’uomo la radice delle cose conseguenti alle accuse di revisionismo rivolte contro chi non aderiva a una data interpretazione della teoria stessa e ai connessi processi e purghe, sono state spiegate come effetti di una carenza della teoria di Marx. Da cosa sono indotte e come possono essere spiegate le smagliature riscontrabili nell’immagine di una teoria cui non può essere imputata una carenza? Oppure bisogna decidersi a cercarvi una carenza?

L’indefinibile capacità che permette all’artista di comporre materia e significato. Tanto più “moderno”, parlante, l’artista, quanto più in grado di estremizzare la tensione tra i due, di portare all’estremo la dissoluzione della materia senza lasciarsi inghiottire in un significato privo di tempo e luogo, inesistente.
Troppo spesso ho semplificato le cose e forse tradito le persone abbandonandomi al falso coraggio di seguire il significato; troppo spesso ho abdicato alla viltà di ritenere insuperabile l’asservimento al dato.

Concretismo schizofrenico. Tutte le volte che l’amore di transfert slitta nell’innamoramento per un essere umano definito?

Bollicine di Ottobre.

Nel suo scritto su Pierre Rivière Foucault argomenta, contro gli psichiatri che avevano diagnosticato Rivière pazzo, che il suo non esserlo era dimostrato dalla lucidità e coerenza del suo scritto. In tal modo egli incorre nella contraddizione di considerare positivamente quella razionalità che in generale valuta negativamente indicando in essa la fonte e lo strumento del massimo dei mali che scorge nella normalizzazione.

L’esaltazione che alcuni pensatori francesi come Bataille, Deleuze, Foucault, Guattari hanno fatto della trasgressione era fine a se stessa o aveva il significato di un “tanto per cominciare”, era sostenuta dal pensiero che, distrutte le attuali forme, sarebbe comparso qualcosa d’altro?

Mercoledì 28 settembre, ore serali. Canale 5 trasmette Matrix a cura di E. Mentana. Si parla del divieto fatto dall’autorità governativa ai ginecologi di un ospedale torinese di usare la pillola RU 486 per le interruzioni di gravidanza. Partecipano una rappresentante del governo, una dell’opposizione, uno dei suddetti ginecologi, un sacerdote.
Solo contro tutti, questi non manca di coraggio, al limite di sfrontatezza. Non ha infatti remore ad argomentare che, ferma restando l’opposizione della Chiesa all’aborto, l’intervento chirurgico è da preferire a quello farmacologico perché comporta un quantum di dolore e di rischio che funge da buon deterrente contro l’intenzione abortiva e in favore del diritto alla vita di chi, lasciandosi per un attimo andare a un’emotività un po’ scomposta, egli chiama enfaticamente ed allusivamente «Lui».
Gli interlocutori si precipitano a rispondere che quest’argomentazione è irrispettosa non solo della salute e dei diritti della donna, ma anche della sua identità di essere umano responsabile perché la criminalizza attribuendole un’assenza di affetti e un’intenzione appunto omicida che può essere contrastata solo con la minaccia del dolore e del rischio della vita.
L’ineffabile sacerdote sorride. Ne ha motivo perché i suoi interlocutori non si sono accorti che, proprio rispondendo così, gli lasciano buon gioco. Nessuno di loro ha infatti obiettato a quell’espressione «Lui» che enfatizza l’idea che il concepito sia già una vita, un soggetto, permettendosi la libertà schizofrenica di pensare e indurre a pensare una vita senza una nascita. Nessuno di loro si è opposto al pensiero che l’aborto sia omicidio e in tal modo hanno lasciato che passasse subliminalmente un altro argomento in favore dell’intervento chirurgico: questo va mantenuto in luogo dell’altro perché trasmette l’immagine di un atto cruento e completa la deterrenza costituita dal terrore di fronte al rischio del dolore e della propria vita con quella costituita dal terrore e dal senso di colpa per la prospettiva di sopprimere o far sopprimere una vita altrui.
Il sacerdote ha motivo di sorridere, ineffabile e tollerante. Poco gli importa di quello che gli è stato risposto. Nessuno ha obiettato alla sua evocazione di quel fantomatico «Lui» ed egli ha raggiunto il suo scopo, svolto la sua missione: ha potuto far passare, sotto le vesti dell’amore e dell’interesse per la vita condensati in quell’evocazione, che l’uso del farmaco appartenga a una cultura della morte; e al tempo stesso, sia pure per un istante, ha potuto sollevare negli ascoltatori l’ombra del terrore, che egli è convinto essere indispensabile strumento di civiltà, di potersi fare in qualche modo complici di un’iniziativa omicida.
Sorride perché nessuno tra gli interlocutori coglie neppure questo ulteriore effetto della sua argomentazione, o quantomeno ne rileva l’esistenza.

Ho fatto tardi la sera del 10 ottobre aspettando la trasmissione di Marzullo su Rai 1 nella quale veniva intervistato Massimo Fagioli. E’ arrivata quasi alle due di notte, ho perso un po’ di sonno, ma ne è valsa la pena.
Accattivante e seduttivo come sempre. Formidabile e convincente nella prontezza e nell’eccezionale abilità con cui chiude nella morsa dell’interpretazione la malcapitata psicologa che pretendeva di fargli raccontare un sogno e di interpretarglielo. Irritante nella sovrana disinvoltura con cui affabula su verità parziali la costruzione di un proprio mito presentandosi questa volta come professore-partigiano. Disarmante nell’esporre la propria preoccupazione per i figli e nel rivelare un antico risentimento verso la madre che “pensava soltanto al padre”: chi sa che non si debba anche a lei la sua capacità di portare tante persone a ritrovarsi pensando, quando non soltanto, prevalentemente a lui….

Ho visto Rockpolitik di Celentano su Rai 1 giovedì 27 ottobre. Nonostante a me non piaccia il qualunquismo di Celentano, devo ammettere che la trasmissione mi è parsa bella, intelligente, trascinante, anche se al momento non è chiaro dove vada a parare. Mi ha colpito l’accusa rivoltagli di essere di parte, di fare satira di sinistra, accusa estesa alla TV di Stato di ospitare appunto solo satira di sinistra. Sia l’una che l’altra cosa sono vere, ma chi se ne lamenta trascura due fatti: il primo è che, se la TV ospita solo satira di sinistra, è perché in generale non esiste una satira di destra; il secondo è che quell’accusa nasconde il disappunto e il senso di minorità della destra per l’inesistenza di una satira di destra. Ecco un bel problema: perché la satira può essere solo di sinistra, perché la destra non è in grado di produrla e forse non ne ha neppure la nozione?

Bollicine di Novembre.

Postilla a una discussione conviviale: il politico ha il compito di risolvere problemi, il filosofo quello di sollevarli, lo psicoterapeuta quello di affrontare le tensioni che sorgono tra l’essere quei problemi sollevati e il venire risolti.

Jaspers, Psicopatologia generale, pp. 211-212, contro la psicocrazia: «Il delirio è uno dei grandi enigmi, che diventa chiaro solo quando si riescono a determinare nettamente i fatti del delirio. Se vogliamo chiamare delirio tutti i giudizi falsi e incorreggibili, questa realtà umana universale, allora chi è capace di avere una propria convinzione senza delirio? Chiamare idea delirante le illusioni feconde della vita dei popoli e della vita dei singoli, significherebbe considerare malattia quello che è un tratto fondamentale dell’essere umano. La questione sta piuttosto su cosa si fondi l’incorregibilità, e come pertanto specifici modi di giudizio errati si possono riconoscere come deliri».

Nella mia recensione al libro di S. Drury (ora sta anche su questo sito), che dovrebbe comparire sul numero di dicembre di Pol.it, ho mancato di sollevare un problema, di formulare una critica. Forse la necessità, che l’autrice giustamente sostiene, di andare oltre l’argomento apologetico nel giudizio sul Cristianesimo si presenta anche in sede di giudizio sulla democrazia americana: l’intolleranza, il fanatismo, l’alleanza degli attuali Neoconservatori con l’integralismo religioso non sono una degenerazione del messaggio originario di quella democrazia, ma stanno già in quel messaggio. In questo senso il mio studio su Dewey è ancora attuale e debbo decidermi a riproporlo sul sito.

Ho visto il servizio di Rainews su Falluja e il 30 sera, su Rai tre, un servizio agghiacciante sugli effetti a lunga scadenza dei bombardamenti americani sul Vietnam con agenti chimici. Gli americani, che processano gli ex dirigenti iracheni per l’uso del gas contro i Curdi, hanno una lunga consuetudine con la guerra chimica e biologica; anzi forse l’hanno iniziata loro, a partire da quando Kit Carson, l’amico frocio di Tex Willer, distribuiva coperte infette di vaiolo alle tribù indiane.

Chi è in qualche modo passato attraverso un’educazione cattolica nell’Italia di Pio XII e ha vissuto nella propria carne il peso della sua misoginia e nella propria mente quello delle sue doppie verità e della sua imposizione dell’assurdo, chi a quell’educazione è in qualche modo sopravvissuto, chi ha visto tanti soccombervi e perdere il proprio cuore e la propria intelligenza, chi ha creduto a partire dalla seconda metà degli anni settanta che le sue devastazioni appartenessero a un passato ormai irriproducibile, non può non provare un certo straniamento per l’attuale ripresentarsi, come un deja vu, dell’integralismo dei preti, nonché rabbia, se non sconforto, per la loro ipocrisia nell’atteggiarsi a difensori della vita, delle donne e della libertà, per la loro violenza mascherata da benevolenza.

Hanno trovato questa bufala della vita prima della nascita. E’ ad oggi un’arma vincente. Con essa paralizzano tutti. Anche chi ne sospetta, non osa contraddire; desolante che la sinistra se ne lasci massacrare e non l’attacchi frontalmente denunciandone l’assurdità logica prima che biologica. Non credo sia solo per calcolo politico, per la paura di non essere capiti. Deve agire qui il famoso “non è vero ma ci credo”, il feticismo della verità, sostenuto dal terrore. Che cosa può diffondere il terrore più del sospetto di poter compiere un crimine proprio agendo qualcosa che non ne ha la caratteristica? Il terrorismo dei preti si salda qui con quello di quegli psichiatri che dicono che tutti gli uomini sono pazzi criminali senza saperlo e possono agire come tali senza saperlo.

A proposito di alcune prese di posizione di Veronesi a favore dell’eutanasia. E’ possibile fare il pensiero che in qualche misura ciascuno si costruisca la propria morte, il proprio modo di morire, nel senso del proprio modo di vivere la propria morte. E’ un pensiero importante perché solo esso permette il riscatto dalla morte come assunzione di responsabilità di fronte ad essa, come sottrarle la caratteristica di dato esclusivamente oggettivo, trascendente, dominatore. La legalizzazione dell’eutanasia altro non sarebbe che la presa di coscienza collettiva e la facilitazione di questa assunzione di responsabilità e detronizzazione. Essa rappresenta una massima conquista di civiltà e la più vera e radicale critica della religione. Per questo i preti si oppongono, vogliono che la morte resti sul trono in modo da potersi guadagnare da vivere facendo i suoi ministri.

Voyage au but de la nuit. Perché Celine non ha pensato che il fondo, o il cuore, della notte può essere più o meno buio a seconda del viaggio compiuto per giungervi ?

Ho visitato la mostra di Burri alle Scuderie del Quirinale. Invero di Burri non c’era molto, ma quel poco è stupefacente, induce un’emozione forte. Non propone né figure, né immagini; costringe chi guarda, altrimenti non vede niente, a lasciare emegere in sé una propria immagine nella quale raccogliere il materiale che gli viene presentato e che ovviamente gli viene presentato in modo da costringerlo a questo. Rende chi guarda protagonista, per un istante lo fa sentire libero dalla dipendenza verso l’autore e dall’invidia.

Bollicine di Dicembre.

Il “materialismo” di Burri non significa che l’artista propone al pubblico materie anziché immagini, ma che gli propone materie con cui esso possa costruirsi immagini. Interessante poi il fraintendimento, o la degenerazione, o l’interpretazione materialistica di questo significato, come ad esempio in quel quadro, non ricordo di chi, intitolato “merda d’artista”.

A proposito del racconto di Emilio Cecchi sui pesci rossi nella vasca. Non si può rimproverare ai pesci di stare in tutto dentro l’acqua e di non vedere quanto accade fuori, e tuttavia essi non lo vedono e non ne hanno nozione. D’altronde coloro che stanno fuori della vasca non sempre vedono ciò che accade al suo interno e comunque non ne hanno nozione. Sia per gli uni che per gli altri è necessaria, per vedere ciò che non vedono, una nascita. L’idea della nascita si lega perciò direttamente a un’idea di laicità e democrazia, se vogliamo chiamare così il rispetto dell’altro, che è essenzialmente egoistico in quanto imposto dalla necessità, per nascere oltre il proprio mondo, del rapporto con l’altro. Per questo gli attuali sviluppi dell’analisi collettiva in senso integralista e autoreferenziale mi sembrano una negazione della teoria della nascita o piuttosto il segno di un mancato approfondimento del suo legame con il laicismo.

I perfezionamenti che dopo il 2000, e anche in questo 2005 che finisce, lo scopritore della fantasia di sparizione e dell’immagine della nascita umana ha portato alla costruzione del mito della propria unicità ed aseità rendono sempre più chiaro il senso della polemica sulla percezione delirante che mi ha opposto a lui fin dal 1989: la mia tesi sulla continuità (non identità) tra la percezione delirante del malato e quella dello psichiatra è inconciliabile con la costruzione di quel mito. La necessità di questa costruzione, poste le gravi difficoltà teoriche che comporta, resta peraltro oscura.

E’ venuta una persona a chiedermi una psicoterapia. Le ho segnalato subito un problema suggerito dalla modalità da lei proposta per il pagamento, nonostante sapessi che implicava cose per lei assai difficili. Il giorno dopo mi ha telefonato disdicendo gli appuntamenti presi. Forse, proponendole quel problema, anche se farlo mi era parso indispensabile perché riguardava la definizione del rapporto, ho agito una reazione controtrasferenziale, una sorta di rifiuto per l’immagine globale della persona. Forse no. Forse nell’episodio si è rappresentata una discriminante generale relativa al modo di intendere la psicoterapia. Uno psicoterapeuta con una formazione prevalentemente medica avrebbe privilegiato la cura e non si sarebbe mosso così, avrebbe mantenute nascoste all’inizio le cose difficili. Uno come me che ha una diversa formazione ha invece privilegiato la conoscenza. Mi sono mosso astrattamente? Sono, al limite, stato un po’ razzista nel dire “o nuoti o affoghi”? Ho tolto alla persona una possibilità, o gliela ho data? Per contro, quanta onnipotenza c’è nel mantenere le cose nascoste? Non so dire dove sia il giusto. La cosa giusta è che il mercato offre diverse possibilità, e le persone possono scegliere.

E. Severino (Dall’Islam a Prometeo p. 67 ss.) sostiene che l’accumulo di ricchezza con il fine di salvarsi l’anima nulla ha a che fare con il capitalismo e che quindi la nota tesi di Weber sulla nascita di quest’ultimo dallo spirito del protestantesimo, o quella opposta di Novack della nascita dello stesso dallo spirito del cattolicesimo (tesi peraltro già sostenuta da Sombart), non sono fondate perché il fine del capitalismo non è la salvezza dell’anima, bensì il profitto; ma quale altro è il fine del profitto se non la salvezza dell’anima?

E. Severino afferma che è finito il tempo della “ricerca della verità” ed è venuto quello dell’impero della tecnica in quanto pura e indiscriminante produttrice di scopi. Egli identifica la fine del tempo della ricerca della verità con la crisi “delle forze che hanno guidato (…) la vita dell’uomo e che, per quanto riguarda l’Occidente sono la filosofia, le religioni del Libro, le diverse forme di umanesimo, il capitalismo, il comunismo, la democrazia, la politica” (Dall’Islam a Prometeo p. 63). Ma la “ricerca della verità” è tutta chiusa in queste forze? Può essere identificata con esse?

Visite: 2026 | Stampa: 286 | Download: 551  Aggiungi un segnalibro a questa pagina   Segnala un errore al webmaster
[ Leggi commenti ] [ Inserisci commento ]

|  HOME PAGE  |  NOTIZIE BIOGRAFICHE  |  LIBRI E ARTICOLI  |  NOVITA'  |  GUESTBOOK  |  CONTATTI  |  LINKS  |
design by ellebit.com