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O.Mannoni, sul feticismo della verità |
16:25 - 2 Giugno 2005 |
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| Presentazione a O. Mannoni, L'analisi originaria e altri saggi (1974) |
O. MANNONI SUL FETICISMO DELLA VERITA’
(Presentazione de L’analisi originaria e altri saggi)
Il libro di Octave Mannoni Clefs pour l’Imaginaire ( tradotto in italiano con il titolo L’analisi originaria e altri saggi, Roma 1974) è una raccolta di saggi su argomenti vari che vanno dall’interpretazione dell’esperienza freudiana, alla clinica, a temi di cultura, ovvero linguistici, letterari, politici.
La tendenza a raccogliere questa varietà di argomenti sotto etichette come “psicoanalisi della letteratura”, o “psicoanalisi del sociale” o a ridurre tutto alla derivazione lacaniana, benchè limitativa, esprime la reale esigenza di individuare il punto verso cui convergono le tante linee che partono dai saggi di Mannoni..
Questi nell’”Introduzione” così scrive a loro proposito:
«Si tratta di studi isolati (...) non si susseguono ordinatamente, ma formano piuttosto un arcipelago in cui non esiste un percorso obbligato per andare da un’isola all’altra: comunicano sì, ma sotto il mare. Invece di mascherare questa dispersione, è stato scelto volontariamente un ordine sparso nella disposizione dei testi».
Questa difesa della «dispersione» suscita curiosità allorchè Mannoni sembra contraddirla sostenendo, a esempio in L’ateismo di Freud, l’opposta necessità di una visione integrale dell’analisi: come può l’avvocato della «dispersione», l’autore di un libro che, toccando argomenti tanto vari, induce il bisogno di etichettarlo, essere anche uno che rivendica la necessità di una visione integrale dell’analisi?
Per rispondere al quesito e apprezzare il lavoro di Mannoni nella sua complessa coerenza, bisogna riferirsi al concetto psicoanalitico di verità.
Freud lo ha formulato ne L’interpretazione dei sogni, ribadendolo poi con l’articolazione stessa della propria opera successiva, quando ha introdotto la coppia di termini: discorso latente-discorso manifesto. Sembrerebbe che la verità sia il contenuto del discorso interpretativo e cioè del discorso che, dietro ciò che è manifesto, evidenzia quanto è rimosso, e costituisce il discorso latente. Ma la concezione dell’inconscio come non riducibile all’inconscio rimosso comporta l’impossibilità di identificare totalmente verità e discorso interpretativo nonché la necessità di rappresentare la verità come qualcosa che sfugge nel momento stesso in cui è colta.
La verità è quindi, per definizione, non solo ciò che è svelato, ma anche ciò che resta nascosto.
Questo concetto può essere formulato secondo un’altra prospettiva cui il discorso di Mannoni si riallaccia in modo particolare.
Essa mette l’accento sul rischio, costantemente corso nel rapporto con questa verità, che tale rapporto si smarrisca per un ripudio dell’aspetto non definito della verità stessa e venga sostituito dall’enfasi su un particolare discorso o oggetto; quel rischio cioè di delirare al modo di Fliess di cui Mannoni parla nel primo testo della raccolta.
Questa prospettiva consente di considerare la verità come un senso, un significato, reperibile al di sotto delle certezze che, per volerne coprire le oscurità, lo offuscano.
Freud, come Mannoni ricorda, ha fatto proprio questo concetto della verità. Egli ne ha ribadito la formulazione datane ne L’interpretazione de sogni quando più tardi ha parlato della coazione a ripetere; e, secondo quanto Mannoni sostiene nella sua monografia su Freud (Freud, Parigi 1968, tr. it. di A. Salsano, Bari 1970, accresciuta rispetto all’originale francese di un capitolo sulla storia del movimento analitico intitolato “Il futuro di una disillusione”), si è opposto al rischio di perdere il rapporto con la verità dietro un delirio di verità, rimettendo continuamente in questione i punti acquisiti..
Nel libro in parola Mannoni formula più volte questo concetto di verità, ad esempio nel saggio di linguistica intitolato L’ellisse e la barra, ove l’opposizione saussuriana tra langue e parole è utilizzata appunto per esprimere questo problema di un significato che non può essere chiuso e definito una volta per tutte.
La sua formulazione del concetto di verità più importante è però quella che fa centro sul rapporto tra il sapere e l’inconscio. Il concetto della verità come ciò che continuamente si nasconde e va continuamente rivelato è strettamente legato alla concezione dell'insistenza del rapporto del sapere con l’inconscio, rapporto che frustra in modo definitivo ogni criterio “oggettivo” o “scientifico” di verità (cfr., oltre il saggio citato sulla linguistica, quello su L’ateismo di Freud e quello su La teoria di Freud, soprattutto le considerazioni su Freud e Mach ) e, se misconosciuto e ripudiato, fa di ogni proposizione vera, subito dopo che è stata enunciata, un oracolo o un feticcio.
Il contributo più originale di Mannoni a questa formulazione sta nel saggio intitolato Je sais bien, mais quand meme...( “Les Tempes modernes” genn. 1964, tradotto in it. con il titolo Sì lo so, ma comunque… in La funzione dell’immaginario” pp. 5-29) che è dedicato al problema della credenza e si articola intorno a un lavoro di Freud, a una situazione clinica e a materiale culturale (etnografico e letterario). Esso descrive in ciascuno di questi tre contesti il nesso della scoperta della verità con una dinamica di diniego della scoperta stessa.
Per illustrare questa descrizione ci si può riferire all’interpretazione data da Mannoni del testo freudiano del 1927 dedicato al feticismo. Dopo aver segnalato l’interdipendenza dei concetti di credenza e diniego (Verleugnung) in Freud, egli così presenta quel testo:
«Dall’articolo del 1927 apprendiamo in che modo la Verleugnung intervenga nella costituzione del feticismo. Il bambino, venendo a conoscenza per la prima volta dell’anatomia femminile, scopre l’assenza del pene nella realtà, ma disconosce o ripudia la smentita che la realtà stessa gli infligge per poter conservare la sua credenza nel fallo materno ; tuttavia potrà conservarla solo a prezzo di una radicale trasformazione (in cui Freud vede soprattutto una modificazione dell’IO). “Non è vero”, dice, “che il bambino dopo aver scoperto l’anatomia femminile, conservi intatta la sua credenza nel fallo materno. Forse la conserva, ma al tempo stesso l’abbandona. E’ scattato un qualcosa che è possibile soltanto in base alla legge del processo primario. Nei confronti di questa tendenza egli è ora diviso”. Proprio questa divisione diventerà nell’articolo del 1938, la scissione dell’Io.» (Op. cit., p. 6.)
L’emergere della credenza, del feticcio, si situa nell’ambito della dinamica della scoperta della verità e costituisce il momento essenziale del ripudio di tale scoperta con il quale bisogna fare sempre i conti. Il concetto della verità va allora formulato tenendo essenzialmente conto di questo momento del diniego dicendo che la verità è il sapere che implica sempre anche un rapporto con il non sapere, è ciò cui si perviene smontando il diniego del sapere.
Il momento dello sviluppo costituito dalla scoperta dell’anatomia femminile e dal suo ripudio viene così usato da Mannoni come un “simbolo” della dinamica della scoperta della verità. Questa scoperta è minacciata costantemente dalla “logica della perversione” e mantenerla e ritrovarla comporta una continua scrittura all’inverso di questa logica.
L’esigenza di scrivere all’inverso tale logica fornisce un criterio di lettura che permette di accogliere fruttuosamente la provocazione di un discorso che pretende di pervenire all’integrazione tramite la dispersione.
Quell’esigenza promuove una ricerca che si articola come smontamento dei punti nodali del diniego e della feticizzazione e che Mannoni porta avanti già nel testo citato, allorché amplia il discorso dal campo della teoria a quelli della clinica e della cultura.
Non bisogna leggere questi passaggi e ampliamenti in base al luogo comune di una psicoanalisi riduttivista e applicata che prima riduce tutti i fenomeni ai fenomeni dello sviluppo sessuale e poi applica a tutti i fenomeni i risultati e i parametri di lettura ottenuti grazie a quella riduzione.
Allorché Mannoni, dopo il discorso sul diniego della scoperta dell’assenza del pene, introduce il discorso sulle credenze Hopi (op. cit., pp.10 ss.) , più oltre, quello del paziente che «sapeva bene di non essere stato invitato dal proprio analista a prendere l’aperitivo, ma comunque…» (op. cit., pp. 16 ss.), non compie un’applicazione della teoria alla cultura e alla clinica, né, come egli sostiene fuorviandoci (op. cit., p.10) adduce esempi. Porta invece avanti la sua ricerca di un discorso che recuperi la verità attraverso una scrittura all’inverso della logica della perversione smontandone, come accennavo, alcuni punti nodali.
I punti nodali e le forme essenziali del diniego e della feticizzazione sono infiniti, ma ve ne sono alcuni cui Mannoni sembra conferire particolare importanza e tra questi quello legato alla scissione del discorso analitico sulla quale egli richiama l’attenzione criticando, ne L’ateismo di Freud, la posizione di O. Pfister.
Esiste una perversione del discorso analitico tanto più possibile quanto più esiste una scissione tra i campi della clinica, della teoria, della cultura. Infatti questa scissione da una parte rende più facile non percepire il diniego e la feticizzazione come presente nel campo vicino a quello del proprio interesse immediato; e, dall’altra, è essa stessa un fattore di feticizzazione. Il momento del diniego della scoperta, intrinsecamente legato, come si è visto, alla scoperta, il momento in cui il sapere dimentica la coscienza del proprio rapporto con l’inconscio, si avvale in modo particolare della scissione suddetta. Il campo della clinica, scisso da quelli della teoria e della cultura, disconosce e ripudia ciò che gli rimane conoscitivamente ed operativamente inaccessibile, e pone il feticcio della cura carismatica; il campo della teoria, scisso da quelli della cultura e della clinica, disconosce e ripudia ciò che gli rimane operativamente e terapeuticamente inaccessibile, e pone il feticcio di un sapere astratto; il campo della cultura, scisso da quelli della clinica e della teoria, disconosce e ripudia ciò che gli rimane terapeuticamente e conoscitivamente inaccessibile, e pone il feticcio della credenza.
La scrittura all’inverso della logica della perversione attraverso una disarticolazione dei suoi punti o delle sue condizioni nodali e il riconoscimento della scissione dei campi dell’analisi come una di queste condizioni, sono solo accennati in Je sais bien, mais quand meme... Vi sono presenti operativamente, come nella su indicata estensione di un discorso teorico a un discorso clinico (il paziente dell’aperitivo) e culturale (gli Hopi); ne costituiscono il senso, ma non vi sono esplicitati o teorizzati.
La ricerca dei suddetti punti nodali e della suddetta scrittura all’inverso è, invece, portata notevolmente avanti in questo libro e, a mio avviso, ne costituisce, come accennavo, la chiave di lettura e il punto di convergenza. Mi limito qui a fare pochi esempi in appoggio a questa affermazione.
Uno dei punti nodali nella perversione del discorso analitico è costituito dall’isolamento, all’interno della biografia freudiana, della cosiddetta autoanalisi. Freud che si autoanalizza è l’eroe mitico che salva il mondo, è l’idolo apposto, come un feticcio, sulla scoperta dell’inconscio. E’ la “teoria del naso” che ritorna. Affrontare il tema dell’autoanalisi di Freud, come Mannoni fa nel saggio di apertura di questa raccolta, significa quindi cogliere uno dei punti fondamentali della Verleugnung e della perversione operate dalla psicoanalisi stessa di fronte alle proprie scoperte; e significa cercare di scrivere questo momento all’inverso e liberare l’analisi dalla feticizzazione ridandole la sua scoperta, la scoperta fondamentale dell’emergenza dell’inconscio nel rapporto allorché il rapporto non è rapporto con l’idolo feticcio, ma rapporto con l’”altro".
Mannoni riesce in questo attraverso un lavoro di integrazione, leggendo cioè la biografia né più né meno che come una storia clinica e alla luce della teoria.
Ma anche la biografia letta in base alla clinica e alla teoria, nonché la clinica e la teoria stesse possono, prese per sé, divenire un feticcio. E’ allora necessario un passo oltre nella dispersione e nell’integrazione. Mannoni lo compie proponendo una dispersione dell’attenzione volta a integrare la teoria nella clinica (L’ateismo di Freud e La teoria di Freud) e ambedue nella politica (La politica della teoria).
E’ in questa impostazione teoretica che si inserisce, tra l’altro, il discorso che Mannoni, insieme alla moglie Maud, viene portando avanti sul piano operativo in termini di antipsichiatria in un sobborgo di Parigi. E’ qui che il suo discorso si aggancia a quelli di Laing e di Cooper.
Tuttavia se richiamo queste figure è per chiarire non solo tramite un accostamento, ma anche, e forse ancor più, tramite una distinzione. La logica della perversione è spietata, e anche l’antipsichiatria che ha scoperto e denunciato la feticizzazione che si realizza se non si integra la visione clinico-teorica con quella socio-politica, può porsi come un feticcio nella misura in cui finisce con il privilegiare questa visione socio-politica e ne fa un sapere che non ha più rapporto con l’inconscio. A differenza dei rappresentanti inglesi dell’antipsichiatria, Mannoni è invece bene avvertito di questa possibilità.
Chi dubiti di questo deve leggere il saggio intitolato The decolonisation of myself, che per molti versi è forse il più lucido e il più “completo” della raccolta. Ivi, anche attraverso un’autocritica, viene proposta questa complessa visione di una liberazione dal feticcio attraverso l’integrazione dei campi. Clinica, teoria, politica sono, nel saggio citato, chiaramente indicate come, se prese per sé, fattori di perversione. La loro integrazione, il loro riproporsi a vicenda, riflessivamente, gli stessi problemi è, invece, indicato come ciò che tiene aperta la ricerca, il rapporto con la verità e quello, da questo indissolubile, con l’inconscio.
Osservando le cose da questo punto di vista, la provocazione insita nel dilemma dispersione-integrazione, di cui parlavo all’inizio, si chiarisce. Si tratta di uscire dai vari orticelli e recuperare il senso del rapporto del sapere con l’inconscio, senza il quale non è possibile alcun discorso vero. Questo comporta una dispersione; ma questa, a sua volta, è necessaria al recupero di quel rapporto, che costituisce il momento integrativo fondamentale.
Il tentativo di scrivere all’inverso la logica della perversione si esprime quindi nella ricerca di un superamento della scissione dei campi dell’interesse analitico, guida l’andamento di questo lavoro e ne costituisce il senso.
Osservavo però che la suddetta ricerca, per quanto importante, è solo uno dei modi in cui si esprime il tentativo di scrivere all’inverso la logica della perversione. Ve ne sono altri, tra i quali voglio citare i seguenti.
Si prenda ad esempio la forma saggistica del discorso di Mannoni. Vista alla luce del tentativo suddetto, si rivela necessaria. E’ come se, grazie a essa, il discorso obbedisse all’imperativo di spezzarsi e disperdersi per sottolineare il timore di costituirsi come feticcio e la consapevolezza dell’esistenza di altri aspetti della totalità.
Si prenda, ancora, il rapporto sistematico del discorso dell’autore con la banalità. L’ossessione per il feticcio porta a spezzare il discorso affinché il feticcio non si costituisca, e porta anche a una sorta di gusto per la provocazione e cioè di gusto nella ricerca del feticcio e della sua dissoluzione.
L’aspetto che maggiormente evidenzia tutto questo è, appunto, il rapporto sistematico di Mannoni con la banalità. E’ come se le isole dell’arcipelago, di cui egli parla nell'introduzione a Clefs pour l’imaginaire fossero appunto le banalità, e come se egli si fosse dedicato al compito di ricordare l’esistenza del mare intorno ad esse.
La banalità corrisponde al momento della scomparsa del senso, è una verità che ha perso di verità, è divenuta feticcio. Mannoni si diverte a far ricomparire la verità sotto la banalità. Ciò avviene sistematicamente. Si prenda il titolo del saggio Je sais bien, mais quand meme... E’ una frase banale del linguaggio corrente ed è proprio essa che Mannoni sceglie, per riscattarla, sfeticizzarla, ridandole il senso di una teoria della verità.
Si prenda anche il saggio L’analisi originaria. Che Freud avesse considerato il proprio rapporto con Fliess come un'analisi e che avesse fatto un transfert su Fliess era una banalità, qualcosa che tutti sapevano e da cui la verità è scomparsa. Ebbene, è a quel punto che Mannoni affronta il discorso.
Si prenda ancora il saggio su I sonnambuli. Si tratta di una recensione a un lavoro di Koestler, ove vengono esposte considerazioni di sapore piuttosto stantio sulla scienza. Mannoni assume questa banalità come un pretesto per portare avanti il suo gioco favorito che è quello di ricordare la presenza del mare intorno alle isole dell’arcipelago. Ed ecco che intorno alla banalità compare il problema dei rapporti tra il simbolico e l’immaginario, il problema dell’insoddisfazione provocata dal simbolismo scientifico ecc.
Si prenda, infine, l’ironia presente in tutto il lavoro di Mannoni e testimoniata dallo stesso uso, sopra ricordato, della banalità e dal gusto, un po’ feroce, dell’autore di mostrarci sempre l’altra faccia della medaglia.
Se vogliamo, questa ironia è quella di uno spirito cartesiano. Ma uno spirito cartesiano che vorrebbe come assolutamente mancante il trionfo dell’ergo e lo vorrebbe sostituito da un rapporto esasperato con l’assenza.
Nell’ultima proposizione ho usato il condizionale. Sarebbe infatti strano che un pensatore tanto attento, direi ossessionato, dal funzionamento della verità e dal rischio della perversione, non cadesse egli stesso vittima di ciò che tenta di smontare. Le nostre migliori battaglie, in questo campo, sono quelle che sappiamo di dover perdere.
Un’evenienza di questo genere sembra presentarsi in un punto del discorso di Mannoni e cioè nel tipo di presenza della figura di Freud (o di Lacan) in esso.
Mannoni, è vero, è l’autore de L’analisi originaria, è l’autore di un coraggioso discorso volto a sfeticizzare la figura di Freud. Ma a quale punto egli arresta questo discorso? Al riguardo può essere interessante osservare come egli spinga a fondo l’analisi delle identificazioni di Freud su Fliess, ma lasci abbastanza in ombra il problema dell’atteggiamento di Freud di fronte alle cosiddette “psiconevrosi narcisistiche”. Ne La politica della teoria egli definisce il rifiuto opposto da Freud ad esse come un «fatto accidentale» e non porta avanti l’analisi delle eventuali identificazioni in gioco. Al contrario, cita più volte la frase della lettera a Ferenczi nella quale Freud afferma di essere riuscito dove il paranoico fallisce.
Certo, l’osservazione è corretta; ma egli, l’autore del discorso sulla politica della teoria, non si chiede a quale prezzo sia avvenuta la riuscita dove il paranoico fallisce.
Vi sono buoni motivi per credere, ma non è questa la sede in cui approfondire il discorso, che il prezzo vada ricercato in un certo tipo di rapporto di Freud con l’istituzione-Freud.
L’Istituzione psicoanalitica è appunto un tema su cui Mannoni sembra essere reticente. O, perlomeno, sembra che egli non ritenga di dover filtrare il discorso sulla “politica della teoria” attraverso un discorso sulla “politica della psicoanalisi”. Può darsi che abbia ragione; ma è indubbio che ciò fa sì, ad esempio, che l’appello alla Cina, con cui si chiude La politica della teoria, possa risultare come una semplificazione, una fuga in avanti; e il capitolo dedicato alla storia dell’analisi nella monografia su Freud, così ricco di spunti critici, resti tuttavia impostato nel senso di un reticente equilibrio.
Certo, l’ironia di Mannoni é troppo vigile perché non lo metta all’erta sia nei confronti dei discorsi globali, sia nei confronti delle loro specificazioni destinate a priori all’impotenza.
Tuttavia, noblesse oblige; e sembrava doveroso segnalare, nel presentare questo autore di un discorso spietato sulla perversione e il feticcio, anche la possibilità del feticcio dell’equilibrio e dell’ironia.
(1974)
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