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La realtà storica del freudismo |
18:35 - 28 Gennaio 2005 |
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| Un capitolo de "Il pappagallo dei pirati" 1976 |
LA REALTA' STORICA DEL FREUDISMO (1976)
La realtà della teoria freudiana è una realtà “storica”, sia nel senso che esprime, ripete, una tradizione, sia nel senso che la ripete in una forma nuova, adeguata all’oggi (1976). La teoria freudiana ha una realtà che è una realtà storica nel senso di essere la formulazione della religione adeguata all’oggi.
Lo strumentario escatologico che copre il fondo di rassegnazione e disperazione della teoria religiosa è messo in crisi dalla ricerca scientifica e dai ritmi della produzione.
La teoria della rassegnazione e della disperazione viene allora assunta in proprio dalla scienza. Uno strumento, la scienza, che ha la funzione di smantellare una serie di privilegi difesi dalla teologia, può trovare conveniente farlo svuotando la teologia dall’interno, promulgando le sue stesse proposizioni a minor costo.
La teoria della disperazione e della rassegnazione, l’ideale della pazzia e dell’indifferenza, l’immagine del superuomo che solo può trionfare sull’ironia dell’eterno ritorno, che Nietzsche aveva proclamato in toni inaccessibili, viene presentata da Freud in confezioni alla portata di tutti. Questa è la grande "scoperta" freudiana: aver immaginato e proposto una società di superuomini. La teoria nietzschiana conserva ancora al superuomo un aspetto di eccentricità ed eccezionalità; il superuomo freudiano é invece normale.
La realtà del freudismo è quindi la sua funzione ripetitiva nella storia, il suo avere tempestivamente dato alla teoria tradizionale una forma moderna. La teoria della disperazione vi è presentata esplicitamente, direttamente, senza promesse di riscatto. L’uomo è cresciuto. La sua consapevolezza di essere chiuso in gabbia può fare ormai a meno dell’illusione di poterne un giorno uscire. I concetti di ideale infantile dell’Io, megalomania, paranoia, ecc. costituiranno la possente batteria pronta a sparare su quell’illusione e a sradicarla. L’uomo avrà così un compito per la vita. Occupato a crescere liberandosi dell’illusione di poter uscire dalla gabbia, occupato a diventare superuomo, non si interesserà più al modo di uscirne. La scienza ha trovato il suo ideale e la sua occupazione. L’intellettuale, lo psicoanalista freudiano, è il nuovo guardiano delle colonne d’Ercole, il nuovo dottore di morale.
Storicità, dunque, nel senso di svolgere la funzione di assicurare il legame con la tradizione rendendola presente nell’elemento sensibile della voce che si esercita nel riraccontarla.
Possiamo ora cominciare a interrogarci su una realtà di Freud come opposta al mito, cioè a questo suo essere un riraccontare.
Il mito è la teoria del ritorno e il ritorno ad essa. Nel mitein, nel riraccontarla, nell’intrattenersi, raccontandola, nella caverna dell’eterno ritorno, Freud ha dato indicazioni per uscirne? La sua realtà storica, la sua storicità, è solo quella di una storia che si ripete eternamente identica a se stessa permettendosi tutt’al più divagazioni e aggiornamenti o è quella di una storia che conduce a situazioni nuove e finora solo intuite e desiderate?
Due contributi freudiani sembrerebbero andare in questo ultimo senso: sono la parziale storicizzazione della malattia mentale e della sua espressione sintomatica e il concetto del transfert .
Per storicizzazione del sintomo intendo due cose: il fatto di considerare il sintomo come l’aspetto evidente e manifesto di un discorso e di situazioni latenti più vaste radicate nel passato: l’adulto ha avuto un’infanzia. Rispetto a questo contributo non va però dimenticato che Freud spinge molto lontano il concetto del latente, nella preistoria, nella filogenesi, sottraendolo così all’intervento dell’uomo.
Oltre al concetto di un sintomo che si costituisce in un passato, Freud propone quello di un passato che si riversa in un sintomo e questo sintomo è il transfert.
Questo rapporto tra il passato e il presente del transfert costituisce apparentemente il contributo di Freud all’uscita della caverna, il suo essere reale in un senso che non sia quello di ripetere una storia la cui essenza è ripetersi.
E’ come se il sintomo, in particolare come transfert, costituisse l’uscita dalla caverna e il passato del sintomo costituisse l’interno della caverna stessa. Freud ha indicato che la caverna ha un’uscita e che l’uscita è l’uscita di una caverna.
Molte cose inducono a pensare che egli abbia trasmesso, come già aveva fatto con la cocaina, qualcosa di cui non conosceva né intuiva la virtualità.
E’ come un messaggio sfuggito involontariamente, un tesoro non scoperto, una verità non utilizzata. Freud non seppe dirci nulla né sull’interno della caverna né sui modi di varcarne l’uscita. Il suo rimane il gioco crudele di un carceriere che indica l’uscita della prigione per il piacere di dichiarare che non è varcabile. Il transfert esiste, ma non è risolvibile, il complesso di Edipo non è superabile. L’invidia del pene è la roccia contro la quale si rompe la testa l’analista più provetto.
Per Freud l’uscita dalla caverna, la nascita dell’uomo dalle sue secolari paure e sottomissioni, rimane un mito, il contenuto di un racconto, l’allucinazione del raccontare. Non è un’esperienza, non è funzione di un metodo teorizzabile.
A guardare bene, il suo “contributo” è qui solo quello di aver reso scientifica la disperazione umana.
A noi il compito di disfare le conseguenze di questo aborto, di riaprire il cammino verso l’uscita della caverna, verso la nascita.
Guardando le cose nella sostanza, la vera scoperta di Freud è quindi quella della cocaina. Droga e anestetico. Dinamizzazione del sintomo, individuazione del transfert, mito della caverna ecc., sono brillanti ristampe, aggiornamenti di cose assai antiche, il che, ovviamente, non esenta dal riconoscere la fatica (non il lavoro), che sono costati.
Essi non possono essere considerati come contributi diretti allo sviluppo della psicoanalisi, come una caratteristica di storicità del freudismo. Il punto in cui può essere riconosciuta la storicità del freudismo in un senso che non sia quello dell’aggiornamento va reperito piuttosto in una conseguenza di quanto detto.
Se la realtà del freudismo consiste nel rispecchiare fedelmente l’orientamento oggi prevalente della mente umana, esso è l’agnello sacrificale che una società di tradizione secolare produce per emendarsi attraverso la sua uccisione. In questo senso il freudismo conserva, paradossalmente, il suo valore di interpretazione.
Il manifestarsi attraverso il freudismo della secolare negazione della nascita e della confusione tra latente e manifesto, non è interpretazione di una carenza specifica del freudismo stesso. E’ interpretazione, evidenziazione, delle carenze della nostra tradizione scientifica. Il contributo storico di Freud, storico nel senso di utilizzabile per un presente e per un futuro che non siano sottoposti all’impero del destino, è quello di avere sintomaticizzato questa carenza, esposto, portato a livelli non più mistificabili la negazione e la scissione della scienza occidentale. La storicità di aver reso aggredibile una negazione e una scissione che continuamente si nascondevano. Scienza e religione, clero e borghesia, ci hanno a lungo ingannati, giocando a rimpiattino, l’uno dietro l’altro. Il prete grasso e scettico accusa la scienza di essere materialista. Lo scienziato che estrae dalla sua scatola magica la ghiandola pineale, il centro corticale del pensiero, il sistema omega, l’imperativo categorico, ed altre spiritualità accusa il prete di essere spiritualista.
L’operazione di Freud di aver fatto confluire la religione nella scienza è involontariamente stata fondamentale nell’interrompere questo gioco. Adesso sappiamo contro chi combattere. Non i guelfi né i ghibellini. Non lo stato né la chiesa. Non i partiti laici né quelli clericali. Non i russi né gli americani. Non il positivismo né l’idealismo ecc. Ma la scissione, la scienza della scissione e delle antinomie. Freud, kamikaze di un impero al tramonto, ci ha consentito di precisare questo punto.
E’ intrinseca all’idea stessa del mito una falsificazione: il mito è un racconto dato come accadere, allucinazione dell’accadere. Quando il racconto scatena un accadere, si tratta del ripetersi di un evento passato nel presente. Un racconto dato come accadere, un passato dato come presente.
Anche l’idea del destino, la rappresentazione del mondo come chiuso nel destino, si accompagna a una falsificazione di una passione che accompagna la rassegnazione. L’eroe del destino è biondo ed entusiasta. Sulla certezza del destino si costruiscono ideali di progresso. La certezza, maturata nel rapporto con Fliess, agita nel caso Dora, teorizzata nel caso di Hans, più volte espressa e istituzionalizzata con la costituzione della International, dell'esistenza di zone insondabili e perverse del mondo latente, è nascosta dietro le reiterate affermazioni della dedizione al compito di rendere manifesto ciò che è latente.
Il significato di invito alla socializzazione, di trasformazione dell’istintualità nel senso di un Io riconoscibile come quello costituito, educato, equilibrato e discreto, significato riscontrabile in questa stessa proclamazione dell’impossibilità del compito di rendere manifesto il latente, è mascherato sotto il seduttivo invito alla libertà di espressione, a una possibilità di comunicazione e di democrazia.
L’insuperabilità del complesso sancito dal mito di un Edipo mai giunto a Colono, la resa dell’uomo e il suo autoannullamento di fronte all’impossibilità di evitare il parricidio e lo stupro sono mascherate e giungono avvolte nella carta colorata che promette la guarigione, la scarica sessuale, la saggezza.
La disperazione di Freud giunge reclamizzata dalle formule della dedizione alla verità.
Contemporaneamente all’evidenziarsi della reale natura del freudismo, se ne evidenzia la diffusione. Curiosamente, la contraddizione presente nel freudismo tra mito e ideologia, o meglio quella loro alleanza che a noi si manifesta come contraddizione tra la pubblicità e il prodotto reclamizzato, si è espressa sotto la forma della contraddizione tra la società di fine ‘800, in cui il freudismo si affacciò, e il freudismo stesso.
L’opposizione della società ottocentesca ad esso in nome delle umane sorti e progressive o in nome dell’autorità e della religione, è ciò che ha consentito al freudismo di introdursi circondato ed accompagnato da un apparato reclamistico di giustizia, modernità, liberazione.
Questo è un fenomeno degno del più attento studio. Vi si manifesta una grande astuzia e sapienza tattica della logica della scissione. Saper presentare come nemico l’amico al fine di renderlo accetto ai nemici reali. In fondo è la storia del cavallo di Troia. Oggi, 1976, quando cominciamo ad avere le idee più chiare sul freudismo, si manifestano fenomeni sorprendenti. In primo luogo filosofi assennati, sportivi spensierati, imprenditori affermati, pontefici consunti e marxisti efficientisti, che per decenni hanno dichiarato non essere il freudismo scientifico e comprovabile, o non interessarli, o che c’è altro a cui pensare, che è un lusso ecc., si rivelano come intrinsecamente e sostanzialmente sorretti dalla visione freudiana dell’uomo, dei suoi rapporti, delle sue possibilità. Scopriamo i freudiani ove credevamo esservi gli oppositori del freudismo.
Sono tanti e sono l’uomo della strada. E, questo è il secondo più recente fenomeno, cominciano ad accorgersi anche loro della propria vocazione e a dichiararsi; un lungo corteo si prepara, i cosiddetti marxisti in testa, con l'immagine di Freud sulle bandiere rosse.
Attraverso l’evidenziarsi della scissione ed il confluire di militanti di opposte sponde nel freudismo si prepara, come accennavo, un chiarimento. Averlo involontariamente favorito è il contributo di Freud alla trasformazione. Il vecchio leone non ha ruggito invano.
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