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Clicca per la copertina    Filosofia e psicologia nel primo Dewey. Storia di una vocazione

La Nuova Italia, Firenze 1984

Non solo Freud... Mi ha sempre interessato il tema della ripetizione, le cose che si presentano nuove e che sono o diventano vecchie. Non per nulla la mia tesi di laurea affrontava il tema della fortuna. E' stato affascinante scoprire che il pragmatismo non è altro che un idealismo che si vergogna, che l'ideale, che si propone a suo modo come rivoluzionario, della democrazia americana non è altro che una versione moderna del fondamentalismo cristiano. Un libro cui ho ripensato spesso al tempo della guerra irachena.

INDICE

Introduzione. Un enigma
cap. 1: Uno sguardo al Dewey non scritto
cap. 2: La vocazione e le stimmate
cap. 3: La “scoperta” e il progetto della sua verifica
cap. 4: Lo svolgimento del progetto
cap. 5: La crisi del 1989
cap. 6: La ricostruzione del 1890-1894
cap. 7: Gli anni della sintesi e dell'azione
cap. 8: L'occultamento delle origini
cap. 9: Conclusioni: dall'enigma alle domande

recensione Vittorio Mathieu su “Il giornale” 31.3.85.

Molti miti cadono circa John Dewey, il filosofo dell'età di Roosevelt, se dobbiamo credere al libro di Antonello Armando (…). E il mito che cade per primo è quello che Dewey creò di se stesso. In buona fede naturalmente, con quel tipo diffuso di buona fede che occulta il subconscio. Nel subconscio di Dewey l'autore penetra attraverso alcune poesie non propriamente giovanili, dato che Dewey le scrisse quand'era sessantenne, ma dedicate a una scrittrice tre volte più giovane di lui, per la quale aveva concepito un amore che l'interessata assicura esser rimasto romantico (…). Attraverso una lettura psicanalitica delle poesie riemergono motivi dei primi scritti deweyani di psicologia, quasi sconosciuti prima della loro inclusione nel vol. I dell'opera omnia, Dewey stesso aveva sepolto questi testimoni del suo passato, per tracciarsi un itinerario spirituale che, muovendo dallo hegelismo del suo maestro G. S. Morris, approdava allo “sperimentalismo”, sotto cui il filosofo americano è conosciuto. Questo consisteva nel mettere alla prova le idee, per vedere se siano buone o no, e nell'adoperarle per migliorare la situazione, senza la pretesa di renderla perfetta, bensì sempre più conforme ai nostri desideri. A codesto sperimentalismo logico, etico, pedagogico, dovrebbe corrispondere una genuina democrazia. Armando non ci crede affatto. Dewey fu e rimase un assolutista, salvo che cercò di nascondere la sostanziale continuità del proprio pensiero occultandone le origini. L'idealismo pseudohegeliano era stato in lui il tentativo di negare l'oggettività di un mondo indipendente, e il successivo sperimentalismo, più che una rinuncia a soluzioni dogmatiche, è il tentativo di conservare il “mondo presupposto” rendendolo indeterminato. L'esperienza di Dewey resta ferma al 1882: la crisi non ha mai prodotto un processo di revisione delle proprie premesse, ma soltanto una 'metafisica' di quell'esperienza che la originava, nel tentativo di proteggerla da ogni crisi. Che la pretesa deweyana di controllare sperimentalmente le idee nasconda una petizione di principio è un'opinione che avevo espressa anche nella mia Storia della filosofia. Il controllo “sperimentale” – nel caso specifico dell'american way of life – presuppone, infatti, che si accettino già certi valori, in base a cui giudicare i risultati (…). L'interesse dello studio di Armando però è nell'uso che esso fa di scritti deweyani fin qui trascurati: ad esempio di Soul and Body del 1886. Con considerazioni non originali, ma acute, Dewey vi mostra che la struttura stessa del sistema nervoso confuta l'interpretazione materialistica della vita psichica. Armando scova, poi, metafore religiose in passi biografici posteriori: “vocazione”, “stimmate” (…): “incarnazione”. Che il «bisogno di assoluto, cioè il bisogno di avere prodotto la prova della sensatezza delle risposte date al problema metafisico dell'adolescenza» debba «necessariamente completarsi con la soppressione di tale storia» è un'insinuazione che, per Armando, vuol essere maligna, e che colpisce, insieme col Dewey, tutta una serie di interpretazioni, in particolare italiane, che hanno visto in lui un modello di laicità, di democraticità, di apertura. Il metodo usato da Armando darà luogo sicuramente a discussioni (a meno che si preferisca 'occultare' anche Armando sotto il silenzio), ma la tesi non è stravagante. Al culmine della sua carriera, Dewey divenne il filosofo del New Deal, e il sottofondo religioso del New Deal come di tutto il progressismo americano e dei mass media che lo sostengono – eredi, a modo loro del puritanesimo dei padri pellegrini- non dovrebbe essere un mistero.



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