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Circa il quando, la malattia fa anch'essa parte delle cose accadute nel periodo 1997-2003 essendo subito successiva alla riuscita che lo apre; infatti è dichiarata immediatamente dopo di essa, dopo il convegno del 1996. «Sto un po' male» diceva il finto barbone de Il cielo della luna all'inizio del film girato dopo quel convegno; e più avanti esprimeva la preoccupazione che quanto da lui realizzato potesse finire dimenticato «in un vecchio baule».
Il postscriptum conferma questa collocazione temporale della malattia quando, dopo avere affermato che la validità della teoria si era manifestata all'inizio del periodo 1997-2003, aggiunge che allora la guarigione dell'Analisi collettiva, «non era né certa né chiara ».
Poiché l'incertezza della guarigione non può essere la stessa che precede la riuscita della teoria, la malattia cui allude non può essere la stessa che precede il 1997. La sua noxa specifica è qui anzitutto la riuscita stessa; non solo perché porta con sé la preoccupazione per la durata di quanto affermatosi, ovvero il problema del suo poi, ma anche perché è stata forse avvertita come qualcosa che può indurre una perdita di tensione, il venir meno di un termine rispetto cui differenziarsi e dare risalto alla novità della teoria. Inoltre la riuscita, pur esistente, non corrisponde al merito e alle attese: vedere accettato un testo è poco a confronto del fine politico di sostituirlo alle ideologie del passato e non può sfuggire del tutto che la stessa prassi dei Seminari ha indubbiamente curato tanti dall'attualità o possibilità della malattia mentale, ma non per questo li ha resi più civili. Infine, essere detto “classico” può gratificare e indurre a riproporre il termine in proprio, ma comporta anche la minaccia di una precoce consegna al passato: avere promosso un convegno che dichiara un autore classico, può essere visto non solo come apporto alla riuscita di questo, ma anche come un vaticinio di morte. Al momento della riuscita compaiono però anche altre noxae non subito riconducibili ad essa, ma ad altre cose accadute a partire dal 1997 sia nell'ambito di diffusione diretta della teoria, sia al suo esterno.
Riguardo alle prime, mi riferisco alla presenza del problema del poi in quella possibilità di deriva nel visionarismo psichiatrico che la ricerca condotta negli “Incontri” sulla formazione intende prevenire; ma anche all'entrata in scena delle nuove generazioni maturate dall'inizio dei Seminari perché, come sempre in passato, anche questa volta il passaggio delle generazioni pone il problema della durata dell'acquisito.
Più determinanti sono però le minacce sorgenti all'esterno della diffusione diretta della teoria ad opera di chi la disconosce o neppure la conosce.
Per illustrarle va precisato che la riuscita non va misurata solo in rapporto alla crisi delle tre menzionate ideologie, ma anche a quella di qualcosa di più vasto che il postscriptum definisce come una «tradizione millenaria» secondo cui «la realtà ineluttabile dell'essere umano era la scissione tra ragione e irrazionale, tra coscienza e inconscio, tra veglia e sogno». Svincolandosi dalla strettoia dell'iniziale riferimento a Basaglia, il postscriptum aggiunge:

Il pensiero paranoico della ragione che pensa che al di fuori della veglia e della coscienza delle cose ci sia altro, l'Anders, scatena tutta una serie di pensieri che legano o qualificano questo Anders come “non umano” che a sua volta si scinde in due altre parole che trasformano il “non umano” in animale o divino (…)

La riuscita va dunque misurata rispetto a una storia che è quella del razionalismo occidentale e della sua negazione dell' ”altro”.
Le parole ora citate riassumono un lavoro, letto al convegno di Napoli del 1999, che svolge una critica tanto forte quanto originale del concetto di ragione e della sua storia in 2500 anni di razionalismo.
Non è segno di poco apprezzamento verso questo scritto se ne indico qui un limite nel fatto che la sua ricostruzione della storia del razionalismo, quale si riflette anche nelle su citate parole del postscriptum, è carente perché non riconosce un momento determinante di tale storia. La seduzione dei numeri, di porsi solitario e inscalfibile al di sopra di 2500 anni, ha qui impedito di vedere. Ne sarebbero bastati 500. E' inadeguato parlare di razionalismo in generale, non considerarne lo sviluppo storico nel rapporto con le crepe in esso rimaste o apertesi, non sottolineare la profonda decisiva differenza stabilitasi tra razionalismo classico e moderno.



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