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7. Il racconto e la teoria

A questo punto, il problema della coerenza, anziché risolversi, si fa più acuto. Non è posto ora solo da alcune affermazioni su certi scritti, ma dal loro essersi mostrate strumentali alla costruzione di un racconto delle vicende dell'Analisi collettiva che, nel voler garantire una formazione che escluda lo «spettro dell'Inquisizione», avvicina la teoria della nascita, che si propone come teoria del nuovo, ad antichi percorsi.
Sono anzitutto gli strumenti stessi nei loro modi di operare diretto e indiretto e il contenuto del racconto a suggerire quest'apparentamento; ma lo è soprattutto la preminenza che, una volta costruito, il racconto assume sulla stessa teoria.
Si può riconoscere questa preminenza tornando brevemente sulla cura, la ricerca e la formazione per osservare come l'adesione al racconto divenga un fattore essenziale della cura; come la ricerca si volga sempre più alla sua costruzione e al suo consolidamento; e come l'assimilazione incondizionata del racconto nella sua unica versione «non malata» divenga più importante della teoria nella formazione perché saranno le sue certezze a permettere all'interprete di stabilire se un' opinione o un vissuto sono da rispettare, in quanto, al di là di ogni indicazione della sensazione, lo sono o no a seconda che siano o no coerenti con quella versione.
E' possibile poi convincersi della suddetta preminenza ricordando come il racconto della solitudine fosse stato introdotto per garantire una sanità che doveva a sua volta garantire l'immunità dal passato e la novità della scoperta che sta alla base della teoria.
Che l'assunzione di preminenza del racconto renda la teoria partecipe di antichi percorsi risulta se si ricorda quante volte in passato il racconto ha sostituito una teoria nella funzione di asserirne la novità e validità. Il precedente più imbarazzante qui è il mito delle origini del freudismo; ma altri stanno nella psicologia sperimentale, nello strumentalismo, nel comunismo sovietico. Il più evidente sta però nella religione come mostra il fatto che il racconto della storia del fondatore è uno degli elementi strutturali di ogni credo e come mostra, nel caso del Cristianesimo, la vicenda dei Vangeli e il tentativo di Sant'Agostino nella Città di Dio di confermare il dato innovatore della rivelazione con una certa narrazione del periodo che la precede e della sua prima presenza.
Si potrebbe obiettare che si tratta di analogie puramente formali se l'assunzione di preminenza del racconto non avesse conseguenze sulla stessa teoria, ma non sembra essere così.
Non mi riferisco solo al fatto che il rifiuto della prospettiva storicistica implicito nella costruzione del racconto della solitudine pone il problema di differenziare la teoria della nascita dalle tante teorie della trascendenza, ma a qualcosa di più.
Questa teoria, che ora tende a ritirarsi nel guscio della psichiatria, parlava all'inizio direttamente di società e di politica, spingendosi oltre il Cristianesimo, Rousseau e Marx nel fondare l'idea dell'uguaglianza: se il soggetto è per un'immagine interna la cui formazione si radica nella fisiologia della nascita, e se non v'è alcuno che, per questa, non partecipi di quell'immagine, tutti gli esseri umani sono soggetti.
Credo avesse questo senso la risposta che l'autore di Istinto dette a chi dubitava di un suo debole per un altro solitario («Io non faccio discepoli, faccio uguali»); ma ad anni di distanza quel senso sembra compromesso da altre parole:

(…) a questo punto credo sia indispensabile rileggere nuovamente la teoria e cercare come in questa teoria ci sia (…) questa variabilità della mente umana per cui ogni essere umano si può pensare che sia diverso dall'altro in modo più o meno accentuato, netto e come questa variabilità non si concluda in malattia. Anzi forse leggendo ancora meglio, si può vedere come nella teoria ci sono le premesse per giungere ad elaborare un pensiero rovesciato: come cioè la possibilità di cadere nella malattia si leghi più ad un'uguaglianza della mente rispetto ad altri esseri umani, che non alla riuscita e rivendicazione della propria identità originale. Allora in effetti bisogna riuscire a leggere quella che posso affermare essere la teoria assolutamente originale e nuova che si sintetizza nella frase: teoria della nascita. Questa idea che se la biologia della gravidanza e quindi del feto è uguale in tutti gli esseri umani, alla nascita si realizza l'individualità propria e personale di ciascuno

Non dirò un'angoscia, ma uno stupore può intervenire per una dichiarazione come questa che, esplicitamente presentata come “rilettura” della teoria della nascita, va considerata come la logica conseguenza del racconto della solitudine. L'irrefrenabile passione per la trasgressione, che obbedisce alla necessità terapeutica di riproporre di continuo il rapporto con il nuovo, va qui oltre se stessa per perdersi nella produzione di qualcosa che nuovo non è. Perché è ovvio che «nella teoria ci sono le premesse» per dire che l'uguaglianza come appiattimento sul costituito è fonte di malattia e che le va opposta l'affermazione dell'originale identità di ciascuno; è anche ovvio che l'idea dell'uguaglianza fondata sulla teoria della nascita non esclude le differenze; è infine ovvio che lo sviluppo dell'immagine della nascita comporta la continua proposizione e risoluzione di differenze. Ma stupisce sia sfuggito a quali letture apra la strada la riconduzione, o anche solo una forma espressiva che autorizza ad equivocarla, delle differenze a una differenza di nascite. Tanto più se quella riconduzione si presenta in un momento in cui non mancano i segni di una politica della disuguaglianza che si spinge fino ad accennare alla costruzione di una gerarchia , se non al riassorbimento del “collettivo” nel “familiare” e alla fondazione di una stirpe.
Allora, chi resta comunque convinto della novità e validità della teoria non può fare altro che chiedersi se il racconto che, oltre a determinare gli aspetti di ripetizione sopra descritti induce questa “rilettura”. è un necessario sviluppo della teoria o compare intrusivamente a un dato momento per intervenuti motivi.



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