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6. Le attribuzioni improprie come ingredienti del racconto

Può sembrare che mi sia distanziato troppo dall'inizio di queste considerazioni: non solo, mosso da un problema personale, mi trovo a parlare del racconto delle vicende di un collettivo, non solo è difficile scorgere un nesso tra racconto e attribuzioni improprie, ma non v'è neppure più traccia del tema della coerenza posto da tali attribuzioni. Non è però così: che il problema personale conduca a discorsi di interesse collettivo giustifica il parlarne e, circa il nesso tra attribuzioni improprie, racconto storico e coerenza, si vedrà subito quanto è stretto.
Per riconoscerlo bisogna anzitutto notare che gli “Incontri”, se con la parola storia intendono racconto, per racconto intendono un fatto; e, bisogna aggiungere, un fatto posto in essere da una soggettività che lo costruisce avvalendosi di dati che deve a loro volta costruire operando su materiali preesistenti con strumenti appositi. Per quanto paradossale, questi strumenti sono gli stessi che, secondo la teoria della storiografia abbozzata negli “Incontri”, non andrebbero usati nel «fare la storia»: «confusioni, omissioni, negazioni anche involontarie».
Una loro caratteristica è che operano congiuntamente tanto che è impossibile pensare l'uno senza il concorso degli altri; ma ciò che importa qui è che operano in modo sia diretto che indiretto nella costruzione del racconto che forgia l'immagine della solitudine dell'interprete.
Un esempio del loro operare diretto sta nella versione del racconto che distingue tre periodi nella solitudine, in particolare quando, a proposito del periodo 1964-1975, dice di una solitudine vissuta, oltre che nelle esperienze negli ospedali psichiatrici e in Svizzera, nella «Società di psicoanalisi».
In quest'ultima esperienza non tutto fu uguale; accanto a quello con i rappresentanti della Società, vi furono altri rapporti diversi da quello e tra loro, e uno fu quello che l'autore e protagonista del racconto ebbe con quanti insieme a lui firmarono Il potere della psicoanalisi.
Su questo rapporto egli è tornato nel 2003, ma lo ha fatto con un'approssimazione che sorprende in chi in altre occasioni è stato quanto mai attento ai dettagli, e cioè limitandolo al 1971-1972, mentre in realtà riguarda almeno il 1969-1974, per non dire il 1969-1976 se si considera l'episodio dell'espulsione dalla Società italiana di psicoanalisi come almeno in parte anche un suo seguito.
Sono chiare qui la confusione tra il tutto (l'esperienza nella Società di psicoanalisi) e la parte (l'esperienza con il gruppo de Il potere), l'omissione (di almeno quattro anni di questa esperienza), e la negazione di qualcosa compreso in quanto omesso che avrebbe forse reso, se non impossibile, meno agevole e schematico il racconto della solitudine.
Più interessante è però il modo indiretto di operare dei tre strumenti, quello per cui essi concorrono alla produzione delle attribuzioni improprie in quanto ingredienti del racconto che forgia l'immagine della solitudine.
Per riconoscere tale loro concorso basta scorrere quanto detto nel secondo e terzo paragrafo di queste considerazioni. Non sarebbe stato ad esempio possibile attribuirmi di avere sostenuto la validità scientifica del freudismo senza confondere realtà storica e validità scientifica, o di avere presentato la percezione delirante come identica all'annullamento senza omettere il contesto in cui figura la singola frase addotta a comprovarlo e senza negarne il senso.
Così prodotte, le attribuzioni fungono poi da ingredienti del racconto. L'attribuzione secondo cui avrei sostenuta la validità scientifica del freudismo nel 1999, più di venti anni dopo il mio attivo coinvolgimento nell'episodio dell'espulsione dalla Società di psicoanalisi, implica che abbia creduto in tale validità prima di quell'anno fin da quell'episodio, e così consolida, o è un buon mezzo per rappresentarla, l'immagine della solitudine.
Meno evidente, ma più sostanziale, il concorso alla costruzione del racconto dell'altra principale attribuzione impropria, secondo cui avrei parlato di “intuizione delirante” o confuso percezione delirante e annullamento. Avere chiarito che tale percezione ha per oggetto il nuovo e quindi che è necessario presupporre un'intuizione di quest'oggetto in tutte le forme di quella percezione, da quella del malato a quella dello psichiatra, impediva il racconto di una solitudine assoluta; e la brutalizzazione di quel chiarimento tramite la suddetta attribuzione era una precondizione di tale racconto.
E' così possibile formulare un'ipotesi sul significato delle attribuzioni improprie più consistente di quelle già discusse. Esse non sono critiche, non sono irrilevanti e non sono interpretazioni psicoterapeutiche. Sono qualcosa di meno e di più: di meno, perché sono ingredienti del racconto che pone in essere l'immagine di una solitudine assoluta; di più, perché partecipano alla funzione di questo racconto di rendere visibile e credibile il dato altrimenti troppo «misterioso» e impartecipabile della sanità dell'interprete.



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