5. Sanità, solitudine, racconto
Il discorso del 1984 sulla sanità dell'interprete viene dunque ripreso nel 2000-2002. Ora però non deve solo garantire la capacità dell'interprete di muoversi nel «tema della contraddizione», ma anche sostenere un processo formativo che vanifichi lo «spettro dell'Inquisizione»; soprattutto però è diverso perché si intreccia con discorsi sulla solitudine e sulla storia.
Sanità, solitudine, storia: v'è tra questi termini un rapporto di insofferenza e subordinazione che l'ultima parte degli “Incontri” aiuta a chiarire.
Il passo citato presenta la sanità dell'interprete come «incomprensibile», «misteriosa», irriconducibile ad altro, fondamento di tutto; ma la subordina anche ad alcune caratteristiche dell'interprete stesso che designa come «incapacità di apprendere», «rifiuto», «chiusura», «impermeabilità».
Queste caratteristiche sono poi ricondotte a una condizione di solitudine composta da tre solitudini distinte in base al tempo e ai rapporti: quella di una «prima ricerca», definita rispetto ai soggetti incontrati e agli autori studiati prima del 1964; quella del periodo dal 1964 all'inizio dei Seminari, definita rispetto a «varie esperienze negli ospedali psichiatrici dell'epoca, nella clinica di Binswanger, nella Società di psicoanalisi»; e infine quella dei «quasi trent'anni» dei suddetti Seminari, definita rispetto al rapporto con il loro pubblico.
E' dunque una solitudine composita riferita a ogni tempo e rapporto, che qui interessa non nella sua realtà esistenziale, ma nella sua funzione logica, ovvero nella misura in cui viene chiamata in causa per sostenere e rendere partecipabile come garante di tutto una «misteriosa sanità».
Essa, pur essendo garante di tutto, è subordinata a sua volta a quanto l'ultima parte degli “Incontri” chiama storia dell'Analisi collettiva, ma che è invece il racconto di vicende che può specificare come quelle di tale Analisi perché qui intende per tale la totalità dei rapporti affrontati nei tre periodi.
Il testo afferma anche che il racconto di quelle vicende è un'espressione soggettiva, e che perciò se ne possono dare più versioni tutte rispettabili, ma subito dopo si corregge precisando: è vero che esistono molte versioni del racconto delle vicende dell'Analisi collettiva, ma non tutte sono rispettabili, alcune sono «malate» altre no, e quelle «non malate», e da rispettare, non sono affatto molte. Non includono quelle dei «giornalisti e degli uomini di cultura» che il libro del 1989 si sarebbe limitato a elencare; e non includono neppure quella di quel libro perché essa, pur non essendo detta esplicitamente malata, è ignorata e non può quindi partecipare a una molteplicità di versioni.
Questa molteplicità è costituita esclusivamente dalle versioni che delle dette vicende hanno dato «i relatori degli “Incontri” di questi ultimi due anni»; il che esclude l'esistenza di più versioni da rispettare, poiché non solo quelle di quei relatori sono parti o spezzoni di un unico racconto, ma è anche trasparente, noto e ammesso, pur se con qualche ritrosia, che sono nella sostanza, e in larga misura nella forma, espressioni di una sola soggettività.
Un solo racconto delle vicende dell'Analisi collettiva, ed uno soltanto, è dunque valido: quello appunto che, articolandosi in più parti affidate a più voci recitanti, propone un'immagine di solitudine globale dell'interprete; esso solo è vero perché quell'unica soggettività cui fa capo è una soggettività sana in grado di osservare i dati cercando in essi il latente e trovandovelo senza incorrere in «confusioni, omissioni, negazioni».
In tal modo, la «misteriosa» sanità dell'interprete, che doveva essere garantita da una solitudine dello stesso attestata da un racconto, torna a fungere da garante di tutto evidenziando le tautologie di un percorso circolare ove ciascuno dei tre termini che lo compongono garantisce l'altro.
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