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La realizzazione di quest'identità è detta possibile anzitutto in quanto sostenuta dal modello delle certezze di una costituita scienza medica: non v'è motivo per cui lo psichiatra non debba raggiungere la stessa precisione di diagnosi propria del medico organico sottraendosi così definitivamente al rischio di venir meno al dovere di rispettare le opinioni.
Questo sostegno non è però ritenuto sufficiente. V'è anzi la preoccupazione che un eccessivo o esclusivo affidamento su di esso nasconda la difficoltà della formazione necessaria a realizzare l'idea di sanità e renda più incombente lo spettro evocato. Tra formazione medica e psichiatrica c'è una distanza incolmabile; la medicina, come scienza ove non è ammessa libertà di opinione perché significherebbe la negazione del suo fine, e cioè dare la morte anziché la vita, non può essere usata per giustificare il rifiuto dell'opinione in una scienza la cui validità è subordinata al rispetto dell'opinione.
Per segnalare questa distanza viene in parte rivalutato il visionarismo millenaristico. Esemplare al riguardo la vicenda di quel rapporto con gli psicologi e con i Corsi di Laurea o le Facoltà di Psicologia che data dagli inizi dell'Analisi collettiva. La figura dello psicologo, pressoché irrisa al tempo in cui era urgente contenere il visionarismo millenaristico dando rilievo a quella dello psichiatra, torna utile ora per opporsi al fraintendimento medico di quest'ultima; fino al punto di venire riconosciuta come costituente una sorta di ordine terziario che non solo svolge la funzione di contenere il visionarismo millenarista, ma anche rappresenta l'ideale psicoterapeutico meglio dello psichiatra perché è libera dalla tentazione di un uso sacramentale della diagnosi medica e del farmaco.
In quanto all'altro visionarismo, quello inconsapevole, incontinente, irrimediabilmente millenaristico, che non si fa sedurre dalla facile investitura, e non ha perciò il coraggio di perseguire una laurea in psicologia, o ritiene vile farlo, o non sa farlo, non è scomparso dal contesto dell'Analisi collettiva in seguito alla controrivoluzione psichiatrica e ai suoi sviluppi. E' rimasto come una sua fronda fatta di frammenti impazziti, angeli caduti, condizionati dall'impossibilità di vedere il tutto cui ineriscono, la cui vista è resa difficile dalla necessità, per ottenerla, di sfidare i sensi di colpa, la paura di tradire, la paura di impazzire, la paura della scomunica, il timore della presunzione. L'invito alla trasgressione, per quanto ben detto, non giunge infatti a tanto.
Forse anche in rapporto a ciò sono sorti, ad accrescere le figure che fanno la galassia dell'Analisi collettiva, gruppi che, nel porsene fuori come una sorta di realtà ereticali e nell'operare una negazione, sono però anche funzionali a raccogliere i transfughi, a fornire loro quella parvenza di cura che consiste nel mantenere viva, anche se non debba mai soddisfarsi, l'esaltazione di una vocazione, se non al martirio, all'emarginazione.
Senza indugiare oltre in queste zone periferiche di quell'Analisi, torno ad osservare che gli psichiatri non sono solo contenuti dalla parziale rivalutazione del visionarismo millenaristico e dalla nuova dignità conferita agli psicologi, ma anche insistentemente richiamati ai limiti della propria formazione medica e alla propria ignoranza e invitati a riconoscere la necessità di “abbandonare la medicina” per rivisitare quei luoghi della storia e della filosofia che potevano avere sufficientemente abbandonati.
Questi inviti sono però solo un aspetto di un processo di formazione che, se non può accontentarsi di rifarsi al modello medico, non cerca certo il proprio orientamento nella tradizione storica e filosofica; e che comunque, poiché tende a far realizzare un sentire capace di distinguere le opinioni da rispettare da quelle da rifiutare, non permette ancora di pensare quel sentire come realizzato ed ha perciò bisogno di qualcuno che, avendolo realizzato, vegli nel tempo di quest'incompletezza.
Nella serie di interventi, domande, risposte, commenti che compongono gli “Incontri”, i temi della distanza della teoria della nascita dal visionarismo millenaristico, della distinzione della psichiatria dalla psicoanalisi, degli psichiatri dagli inquisitori, del dovere del rispetto dell'opinione e della formazione a realizzare un sentire che consenta di adempiervi, si susseguono esitando in un discorso che ripone a garanzia di tutto la sanità passata presente e futura dell'interprete dell'Analisi collettiva:

(…) chi era il giovane padovano che non riusciva a farsi influenzare da questi discorsi, idee e teorie che confondevano soltanto o peggio ancora distruggevano qualsiasi possibilità di ricerca psichiatrica? Perchè (…) la premessa per poi poter capire e conoscere la psicopatologia è questo rifiuto, questa chiusura, questa impermeabilità alle cose cattive (…) o si trattava di un idiota che non era nulla, o si trattava di una incomprensibile, misteriosa sanità interna che rifiutava istantaneamente il cattivo per cercare la verità del rapporto interumano. Quasi a dire forse esagerando di una identità psichiatrica direttamente derivata da questa sanità interna che lo portava ad essere non per le cose apprese, ma per le cose cercate e trovate:



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