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(…) lo psichiatra deve avere una formazione tale che lo conduca al rispetto assoluto di quelle che sono opinioni o credenze diverse dalle sue distinguendole da quelle credenze che sono psicopatologie dette deliri.
Non rispettare l'opinione nel senso di non saperla distinguere dal delirio significa essere visionari, vedere la patologia dove non c'è. Ma cosa renderà diverso dal visionario lo psichiatra certo che non ci sono opinioni personali diverse dalla sua che non siano «psicopatologie dette deliri»? Cosa, nel necessario superamento della separazione tra cura formazione e ricerca, garantirà che egli non ricorra all'arbitrio, alle attribuzioni improprie, a un'invasività arginata solo dalla circostanza di un attuale limite di potere?
Il problema non è nuovo del 2001. Era stato già affrontato negli anni Novanta, in particolare in una relazione e in un dibattito del 1995 dove si era trattato della legittimazione dell'interpretazione che allora veniva ancora chiamata “psicoanalitica”. In sintesi, venne detto che l'interpretazione è una costruzione e la sua legittimazione, la garanzia che non indichi deliri dove vi sono opinioni, sta nella sanità di chi la propone.
Può dunque sembrare che, per fugare lo spettro dell'Inquisizione, non si ricorra a nulla di nuovo rispetto a ciò cui si era ricorso già nel 1984 per rispondere al visionarismo millenaristico, e cioè alla sanità dell'interprete; non è però così per lo stesso sviluppo dell'Analisi collettiva, e cioè perché l'interprete di questa, quando nel 1984 parlava di sanità, intendeva esclusivamente la propria, mentre nel 1995 deve intendere anche quella della schiera degli psichiatri raccolta ad assicurare il contenimento del millenarismo.
Era però impossibile invocare, a garanzia della capacità di tale schiera di affrontare il «tema della contraddizione» e di muoversi in un campo ove è essenziale distinguere il delirio dall'opinione, la stessa realtà di sanità posta a garanzia di quella capacità prima che avesse preso consistenza la riabilitazione degli psichiatri. La certezza di una realtà di sanità che permette di affrontare quel tema e compiere quella distinzione, e che valeva per uno quando era il solo, non può valere per molti, a meno di non intendere il rapporto con l'altissimo esempio offerto da quell'uno in termini di imitazione e identificazione, ovvero freudiani e tali da aprire una contraddizione devastante per la stessa teoria. L'affermazione che anche nel caso degli psichiatri un'immagine interna di sanità assicuri, come nel caso di quell'interprete, la capacità di discernere l'opinione da rispettare da quella da non rispettare, non ha infatti contenuto reale; ciò che risulta è che quanto direbbe dell'esistenza in loro di quell'immagine interna è qualcosa di molto esterno riguardante più l'apparire che l'essere, e un apparire che curiosamente assume maniere tipiche della vita cortese: l'inserzione del proprio nome in un particolare elenco di nomi, o della propria figura in un dato contesto iconografico, una qualsiasi forma di prossimità con l'esempio o con chi ha prossimità con lui per nascita o per censo o per caso, la capitalizzazione di un suo riconoscimento, il segno di un suo intervento nei luoghi dell'abitare e dell'operare, semplicemente l'uso di sue parole o l'imitazione di suoi atteggiamenti.
Stante tutto ciò, la formula «lo psichiatra è sano il paziente malato», che può essere accolta quando lo psichiatra è l'interprete dell'Analisi collettiva, è per il resto risibile e va incontro a critiche anche più severe di quelle rivolte da La marionetta e il burattino alle certezze dell'analista freudiano.
Deve esservi stata consapevolezza di questo se, in luogo della formula usata all'inizio dell'opposizione al primo visionarismo, per cui il fondamento della cura è la «sanità» dello psichiatra, compare quella dell'«idea di sanità», di qualcosa che non è ancora realtà e deve diventarlo attraverso una formazione:
a volte lo psichiatra toglie la libertà ad una persona anche quando non ci sono fatti comportamentali, oppure quando questi fatti non sono rilevanti per la legge. Come se, con la psichiatria, fossimo tornati all'Inquisizione con il suo processo alle intenzioni e all'invisibile dentro le persone. (…) dobbiamo quindi elaborare bene e a fondo un problema che è quello della formazione psichiatrica, in modo da andare sicuri nel decidere quale è il limite tra libertà personale e malattia.
La formazione è un processo volto, più ancora che a una futura realizzazione individuale, alla costruzione di un'impersonale «identità psichiatrica» alla quale i singoli psichiatri non potrebbero non conformarsi.
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