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Ciò risulta da come si presenta il problema della formazione nella congiuntura dell'incontro dei reduci di quel movimento e di quello del 1977 con l'interprete dell'Analisi collettiva.
1. I problemi sollevati dal '68 rispetto alla formazione, come la contestazione del voto e della valutazione, lo scorgere in ogni forma di selezione una discriminazione, la diffidenza verso il sapere in nome del potere della fantasia, sottintendevano l'aspettativa di ribaltare l'esito della storia del rapporto tra vocazione e professione. Il superamento della scissione tra cura formazione e ricerca sembrava soddisfare tale aspettativa consentendo, se non un libero accesso alla professione, un libero uso dell'interpretazione; così, l'interpretazione fuori dal setting, o meglio l'estensione di questo, l'assunzione della sensazione come unico suo criterio di validità, dilagarono dando luogo, appunto, a un fenomeno analogo al visionarismo millenaristico.
La risposta a tale fenomeno si evolve nel tempo. Nel 1979 il rischio è ancora considerato come un fantasma evocato dalla negazione di coloro, principalmente «giornalisti e uomini di cultura», che restano fuori dalla porta dei Seminari e sembra sufficiente rispondere mostrando la negazione, riproponendo la teoria nella sua completezza, senza omissioni, e sottolineando i risultati della sua presenza che allora aveva sette anni. Nel 1984 però appare chiaro che il rischio di una deriva visionaristica del superamento della scissione tra cura formazione e ricerca non è più solo un fantasma evocato dalla negazione degli oppositori, ma sorge anche dall'aspettativa di quanti partecipano ai Seminari; e per fronteggiarlo si seguono più percorsi, come la critica ai presupposti ideologici del '68 e l'affermazione della novità della teoria, ma soprattutto l'insistenza su un'esclusiva sanità e perizia dell'interprete, su una sua peculiare capacità di muoversi nell'assenza di steccati tra cura formazione e ricerca e di gestire il «tema della contraddizione» senza soccombere.
A ciò si aggiunge un provvedimento pratico che ricorda qualcosa già avvenuto nella storia del Cristianesimo: se in questa il visionarismo millenaristico sostenuto dalla spontaneità era stato contenuto con il visionarismo conservativo di un istituto di sorveglianza garantito dal racconto della storia della rivelazione, nel caso in esame la risposta all'istanza visionaristica e vocazionale fu la riabilitazione degli psichiatri. La storia, che racconta come l'Analisi collettiva ebbe inizio quando essi uscirono dall'aula dei Seminari, deve ora raccontare che poté continuare quando essi furono collocati al centro dell'equivalente privato di quell'aula; la psichiatria, respinta nel settembre del 1975 in nome di quanto indicato ancora con la parola “psicoanalisi”, torna ora vincente e inizia un percorso che porterà a sostituire la dizione, divenuta compromettente, di “Analisi collettiva”, con l'altra, assai più garantista, di “Scuola romana di psicoterapia” nella quale, insieme al riferimento alla psicoanalisi va perso quello al collettivo.
V'è però una differenza rispetto alla storia del Cristianesimo. In questa, l'istituzione del vescovato interviene per sradicare il visionarismo millenaristico e con esso l'uso della sensazione come criterio orientativo; qui la chiamata della figura dello psichiatra fuori dall'ombra in cui era stata relegata nel settembre del 1975 vuole proporre la difficoltà di quell'uso in funzione di un'effettiva praticabilità del superamento della scissione tra cura formazione e ricerca.
La riabilitazione degli psichiatri non elimina però il rischio del visionarismo, gli dà solo un aspetto verso cui la risposta del 1984 non vale più: tale aspetto non è ora quello del visionarismo millenaristico, ma quello insito nell'esercizio della sorveglianza su di esso da parte di un sottogruppo che raccoglie in sé visionarismo, legittimazione e potere. Non sono io a sollevare questo problema. Dal 1999 a oggi, l'interprete dell'Analisi collettiva ha ricordato con crescente insistenza come la rottura degli steccati tra cura formazione e ricerca, pur necessaria, comporti il rischio di ripetere vecchie situazioni. In diversi passaggi di testi e filmati ha infatti evocato lo spettro degli esiti più giacobini della Rivoluzione francese e della storia dell'URSS, ma soprattutto quello, inerente appunto alla storia del Cristianesimo, per cui un atteggiamento, che nel II secolo aveva portato al rafforzamento dell'istituto del vescovato in risposta all'ondata visionaria del Montanismo, si potenziò circa mille anni più tardi nell'Inquisizione.
Gli “Incontri” del 2000-2002 formulano esplicitamente il problema quando pongono il «dovere del rispetto dell'opinione» in cima alle qualità necessarie agli psichiatri per non ripetere il modello dell'Inquisizione:



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