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Quanto però sembra provare indiscutibilmente che le critiche si riferiscono a cose realmente sostenute è l'autorità di chi le formula e l'innescarsi di processi volti a realizzare l'inesistenza di quanto mostrerebbe che si riferiscono a pensieri mai espressi.
Mi è accaduto di avere l'ingenuità non solo di voler dimostrare ad alcuni che non avevo sostenuto ciò per cui venivo criticato, ma anche di sorprendermi di fronte alla reazione per lo più incontrata. Era come muoversi nel Paese degli Smeraldi. Molti accoglievano quegli sforzi con una commiserazione da cui trapelava la certezza che avessi effettivamente sostenuto quanto attribuitomi; e, insistendo io a chiedere se quella certezza si fondasse su una conoscenza diretta di quanto avevo scritto, rispondevano candidamente di non avere letto, o che sì, avevano letto, ma ciò non contava perché qualsiasi cosa avessero inteso, altri aveva certo inteso meglio.
Una tra le cose che anni fa più mi strapparono l'assenso fu l'affermazione che i sensi non ingannano, che un tavolo è un tavolo e una sedia una sedia, affermazione ribadita anche si recente ricordando che «un gatto è un gatto». Se un tavolo è ancora un tavolo, allora dovrebbe anche essere innegabile non solo che le attribuzioni improprie esistono, ma altresì che le prove addotte per presentarle come critiche sono attribuzioni appunto improprie anch'esse che incrementano l'incrinatura dell'immagine di coerenza delineata nel 1989.
Una via per recuperare quell'immagine mi è suggerita da quanti non si limitavano a dire di non avere letto, o di avere letto e ritenere sbagliata la propria lettura se non coincideva con quella del mio critico, ma aggiungevano che la mia insistenza sulle attribuzioni improprie e i dubbi che ne traevo derivavano da un'ottica parziale e dal fare io quanto lamentavo fosse fatto nei miei confronti. Anch'io prendevo le cose fuori contesto: l'incoerenza, se ce n'era una, era mia perché, usando una logica che avevo rifiutato, mi muovevo su un piano razionale dominato dall'attenzione ai dati, ai fatti, ai nessi logici, ma sordo e cieco all'intenzione.
Avrei dovuto tenere presente un'intenzione la cui natura è indicata dalla parola “esegeta” che accompagna la formulazione di un'attribuzione impropria e che ho ripreso nel titolo di questo scritto.
Il senso di quella parola è diverso da quello di altre come “lettore”, “critico”, “interprete”: indica l'attività di commento di testi sacri o di testi profani particolarmente importanti cioè classici o destinati a diventarlo; e, quando si tratti di questi ultimi, implica l'esistenza, tra chi svolge quell'attività e il loro autore, di un rapporto di minacciosa reciproca dipendenza. Engels e Salieri insegnano….Gli esegeti possono persino fare ammalare e uccidere, il loro amore, per essere vendicativo perché impossibile, va evitato. Dichiarano di porsi al servizio del nuovo, sono convinti di farlo e sembrano farlo, ma sono, come gli oppositori del nuovo, sacerdoti del passato, tendono a deformare la teoria o la creazione e, se non ad annullarla, a sminuirla assimilandola ad altro per impadronirsene.
Posta quest'intenzione, sembra lecito concludere che le attribuzioni improprie, anche ammettendone l'esistenza, sono irrilevanti e non sene può perciò trarre motivo di dubbio sulla coerenza; ovvero che esse sono un dettaglio trascurabile nel contesto di un movimento che punta al cuore delle cose e rivela la malattia dell'intenzione nascosta ottenendo effetti di cura personali e collettivi, diretti e indiretti.
Il riconoscimento dell'intenzione non rende però irrilevante il fenomeno; al contrario, l'esistenza stessa dell'intenzione che dimostrerebbe quell'irrilevanza dissipando ogni dubbio sulla coerenza, ha a sua volta bisogno di essere dimostrata, e a questo fine si usano come prove proprio quelle attribuzioni; così l'affermazione dell'esistenza di un'intenzione che permette di dichiararle irrilevanti viene a dipendere da esse, le quali mostrano quindi di non esserlo.
Per risolvere questa contraddizione altre prove dell'esistenza dell'intenzione sono state cercate non più in quanto scritto o detto, o nel fatto stesso di scrivere sulla teoria, ma in dati di comportamento del passato più o meno remoti, pubblici, reali, letti in modo da poterli usare appunto come prove, alternative o supplementari alle precedenti, dell'esistenza della menzionata intenzione.
Non approfitterò dell'occasione che qui mi si offre di dare la mia versione su questi dati, mi volgo invece a un altro possibile tentativo di provare l'esistenza dell'intenzione senza incrementare quelle stesse attribuzioni la cui irrilevanza quell'esistenza dovrebbe mostrare: e cioè l'uso a tale fine di dati desunti non dal comportamento, ma da quanto sfugge alla coscienza attuale.



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