Considerazioni di un esegeta pigro.
1. Una crisi della coerenza?
Negli Atti degli “Incontri di Psichiatria” del 2002 è detto che il mio libro del 1989 sul rapporto tra la teoria della nascita di M. Fagioli e la cultura italiana è un «grosso volume» che racconta come quella teoria «fosse stata vista da giornalisti stampa e uomini di cultura (…) in maniera (…) personale» secondo «una reazione sconnessa, per non dire malata».
Che il «grosso volume» fosse ricordato mi ha fatto piacere, ma il modo mi ha sorpreso; non solo per la sua inattesa consonanza con quanto un'analista freudiana aveva sostenuto anni addietro in una recensione, ma soprattutto per la riduttività. Il libro racconta infatti anche di Sartre, Heidegger, Freud, Dewey, Marx, Kant, e del rapporto di scontro della suddetta teoria con le ideologie del passato che si rifacevano a questi autori e determinavano il modo, dunque tutt'altro che personale e sconnesso, in cui «giornalisti stampa e uomini di cultura» la vedevano; racconta, soprattutto, come, nell'affrontare le difficoltà e le insidie di quel rapporto, si delineasse sempre più un'immagine di coerenza del suo ideatore.
Un giudizio positivo può ben volgere, a distanza di anni, al negativo; ma la consonanza e la riduttività cui ho accennato fanno dubitare di un'incrinatura nella suddetta immagine, dato che coerenza è anche non ritrovarsi su posizioni tuttora rifiutate e non agire verso opinioni altrui la tendenza a ridurre e deformare deprecata quando agita contro le proprie.
Sarebbe però un dubbio da poco se l'episodio non si inserisse in altri analoghi che hanno preso a manifestarsi proprio a ridosso del 1989 per continuare fino ai suddetti Atti, nei quali mi sono stati attribuiti dall'autore citato, o da chi per lui, pensieri che non so riconoscere come miei.
Non irrilevante dunque il dubbio sulla coerenza, compresa la mia dato che, dopo averne, nel «grosso volume», affermata una altrui, mi trovo a interrogarmi ora sulla sua continuità.
E' un interrogativo pesante, per cui sento indispensabile premettere che esso e ciò che dirò al riguardo non intaccano il mio assenso alla teoria della nascita e la consapevolezza di quanto il rapporto con il suo ideatore ha significato nella mia formazione intellettuale e affettiva. Proprio questo lo rende però ineludibile: evitarlo significherebbe appiattire quell'assenso e quella consapevolezza sulle tante manifestazioni di fede, o di presunzione di inganno, o di servilismo che anche in questo caso si affiancano a un'idea nel momento della sua riuscita.
Passo ora a illustrare il fenomeno accennato (§2), che indicherò come quello delle “attribuzioni improprie”, per confutare poi i tentativi di intendere queste attribuzioni come critiche, come irrilevanti o come interpretazioni (§§ 3-5) e proporne una spiegazione (§§ 6-9).
2. Attribuzioni improprie
Il fenomeno si è manifestato in particolare rispetto alla lettura di un articolo del 1962 sulla percezione delirante e alla valutazione del freudismo.
Per dimostrarne l'esistenza anzitutto in riferimento al primo tema bisogna rifarsi al 1988 quando il «grosso volume» non era ancora neppure in bozze; più esattamente, al periodo compreso tra la conclusione, nei primi mesi di quell'anno, di una prima stesura e la stampa dell'aprile del 1989.
Allora l'autore del suddetto articolo e della teoria le cui vicende quel libro raccontava, sostenne che avevo letto male tale suo scritto fino a confondere la percezione delirante con l'intuizione e a parlare di “intuizione delirante”.
Si trattava però di un'attribuzione impropria: quella stravagante espressione non esiste nella prima stesura della suddetta “Introduzione” e neppure nel testo della prima edizione.
Certo, parlavo anche di “intuizione”. Il pensiero che avevo formulato, ritenendo di poterlo trarre dall'articolo citato, era però semplice: la percezione delirante è un fenomeno specifico che si presenta in rapporto al nuovo e, in quanto tale, deve implicare una capacità iniziale attiva di riconoscere e discriminare il nuovo stesso, che va indicata con il temine “intuizione”.
Non m'importa ora stabilire se questa lettura fosse corretta; era comunque questa e non comportava confusione tra percezione delirante e intuizione, né se ne poteva dare il senso sostenendo che diceva di un'“intuizione delirante”.
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