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In questo specifico significato di ricondurre sulla soglia oltre la quale il discorso culturale cosciente va posto da parte, la critica rivoltami a Napoli potrebbe avere un senso vitale.
Avere dedicato più pagine a confutare una critica per giungere a riconoscerle un senso possibile può sembrare un esercizio inutile e vorrei dunque concludere spiegando perché non credo lo sia.
Intanto, quanto fin qui ho cercato di dire mi è stato necessario proprio a riconoscere quel senso sfrondando la critica da quanto non me la rende accettabile; ma ciò non è inutile anche per altri motivi.
Tutto l'insieme costituito dalla mia introduzione, dalla critica ad essa, dalle successive elaborazioni e ora anche da queste mie riflessioni, può rappresentare, credo, un occasione di approfondimento su temi significativi come il razionalismo, il suo rapporto con la "politica dell'oblio" e con il freudismo, il nesso della scoperta della nascita con la storia e l'interpretazione stessa della storia; ma il punto importante, cui voglio solo accennare, é un altro.
Per il fatto stesso di avere realizzato il sovvertimento del Cristianesimo, la teoria della nascita è anche l'unica teoria che oggi tenga aperta la critica alla religione generalmente smessa dopo il fallimento di Marx.
Nello svolgerla, essa si trova però a confrontarsi con il fatto che la partita di tale critica non si gioca sul campo del rifiuto di Freud e della sua religiosità, o di chi altri, ma su un altro ben più sottile ed insidioso.
Il suo stesso stretto legame di opposizione con il Cristianesimo stabilisce infatti una sorta di suo parallelismo con questo, nel senso che essa sembra dover affrontare nel suo percorso storico problemi formalmente analoghi a quelli che il Cristianesimo ha incontrato nella sua storia ed a dover dimostrare ed attuare nell'affrontarli la propria distanza dalle soluzioni ad essi date da quel suo essenziale termine di confronto teorico e storico. L'eventualità che lo stare in rapporto con la strategia della cura necessiti l'ammissione di avere detto cose non dette, o l'arte di tacere cose moleste, accenna il rischio di riproporre l'identità di sanità e ortodossia, che è altra cosa dal rapporto corretto con la teoria; il richiamo a «ciò che non si capirà mai» é pericolosamente prossimo al richiamo cristiano all'al di là; e l'accentuazione del momento dell'aseità della pulsione fa pagare, alla generosità di una critica che ha il fine di rifondare gli affetti, il prezzo del rischio di un'assimilazione della teoria che la sostiene a quanto precedeva quel suddetto suo termine di confronto: l'istinto di morte come inizio e movente della storia può ricordare, o rischia di venire con esso confuso, il coltello del sacrificio cui Abramo affidava la realizzazione del valore.
Essermi rapportato a queste ed altre possibilità di fraintendimento, averle evidenziate ed aver posto domande in merito, mi sembra un modo di portare avanti non già la distinzione, avvenuta una volta per tutte, della teoria della nascita dal suo essenziale termine di confronto storico, ma la conferma di questa distinzione.
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