6. Due formule
Il titolo del testo di Palau mi aveva subito colpito non solo perché riproponeva il problema iniziale della ricerca della «possibilità di un ponte» nella nuova forma del rapporto della scoperta con la storia, ma anche perché nel farlo usava la formula dell'«analisi collettiva come passaggio dall'istinto di morte alla conoscenza», quasi a dire di un tacito dialogo con il mio libro del 1999. Questa formula è infatti così prossima e opposta a quella usata in quel libro e sopra riportata da permettere di pensare che le si riferisse per rifiutarla, ribadendo così la critica al modo in cui avevo inteso la percezione delirante nel 1988 e riaffermando, contro quanto avevo scritto appunto nel 1999 per chiarire quel modo, l'identità di tale percezione con la pulsione di annullamento.
Ammetto di non riuscire a pensare quest'identità e il passaggio «dall'istinto di morte alla conoscenza».
Mi sembra che la formula di Palau, presa com'è e letta in riferimento alla discussione tra me e Fagioli, possa intendersi come riferita alla pulsione di annullamento nel suo comparire prima di quel momento del processo della nascita in cui, integrandosi essa con la vitalità, compare l'immagine, ovvero il soggetto, e rappresenti perciò un passaggio senza soggetto.
Mi colpisce la prossimità della formula con il titolo del libro del 1971 e la differenza: i termini sono gli stessi (istinto di morte, conoscenza), ma disposti diversamente, mancando una “e”, in un rapporto che sembra implicare l'ipotesi creazionista di un «processo», se non dal nulla, da ciò che, non fuso alla vitalità, fa il nulla; oppure l'ipotesi costruttivista, propria della psicoterapia negativa, di un'invenzione di senso sulla base di ciò che di per sé fa solo il nulla.
Mi sembra che se il “da prima”, inteso come inizio della storia, e nel pensare la storia, dovesse essere altro dall'immagine, sia pure il momento biologico essenziale della sua formazione che è la pulsione, la scoperta si contraddirebbe nel suo significato di risoluzione della tradizione mitico religioso filosofica costituito dall'avere realizzato l'unità di verità, esistenza e valore, perché non ci sarebbe valore, oppure esso non avrebbe fondamento nell'esistenza e nella storia.
Oltre a non capire quanto sopra, sono certo che Fagioli non voglia significarlo; e poiché però dà l'impressione di significarlo e continua a darla in un modo che può sembrare deliberato, me ne chiedo il senso.
Si tratta forse della necessità di sottolineare il principio del movimento, o di un modo per significare il persistente rifiuto della visione storicistica in generale e di quella da me proposta in particolare.
Penso però soprattutto che questo rifiuto è dovuto al fatto che questa visione può essere interpretata come una preistoria della reale ricerca di un "da prima" che condividerebbe con lo storicismo in generale il restare lontana dall'«origine della vita psichica», dal «vissuto del primo anno di vita precedente la comparsa del linguaggio verbale». Cercare il "da prima" nella sequenza visibile dei documenti della storia, e l'inizio in un momento mitico di separazione dell'umano dalla natura, potrebbe essere il surrogato di una regressione possibile e contenere perciò una religiosità. Per contro, l'accentuazione dell'aseità del momento della pulsione non sarebbe che un forte stimolo a realizzare un «nuovo modo di pensare» e un nuovo linguaggio, ad andare verso «ciò che non si capirà mai», a rifondare gli affetti e radicare il linguaggio negli affetti.
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