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contro un “nuovo” che non é un elemento aggiuntivo di una serie, ma ciò che è nuovo in sé, e cioè l'immagine o quanto la propone; e perciò come caratterizzata da una capacità del soggetto che la produce di discriminare questo specifico nuovo la quale implica una qualche nozione, designabile come intuizione, di esso.
Questo dunque il punto fondante del mio tentativo di svolgere una visione storicistica della scoperta: l'intuizione compresa nella globalità del fenomeno percezione delirante corrisponde a quel «da subito» di rifiuto con cui il paziente si propone alla cura che, per quanto meramente in potenza, permette di distinguere la cura dal miracolo; e che, per la necessità della cura, corrispondente all'ampliato concetto di malattia, di svolgersi in una critica storica, comprende anche il “da prima” della storia che permette di non pensare l'obstans come “totalmente altro” e di pensare la novità della scoperta nel nesso con la storia.
Pensare tale nesso non ha nulla a che fare con l'andare svalutativamente in caccia di chi abbia anticipato la ricerca sulla nascita, e tanto meno la sua scoperta. Significa invece delineare un percorso della storia nel quale la novità della scoperta diventa comprensibile, e nel quale quei momenti, l'obstans e il loro rapporto con questo acquistano senso e possono essere raccolti in un racconto coerente. L'unico debito che per ciò la scoperta contrae con la storia é quello con l'inizio della storia come comparsa dell'immagine e con uno svolgimento a partire da quell'inizio che è lo svolgimento della storia della percezione delirante dell'immagine.
Per contro la scoperta ricava da questo debito il vantaggio di confermarsi appunto come scoperta distinguendosi sia dalla creazione che dall'invenzione.
Tuttavia, proprio a questo modo di intendere la percezione delirante come implicante il «da subito» dell'intuizione rispetto alla cura e il “da prima” di un inizio rispetto alla storia (e perciò anche di usarla come categoria storiografica fondamentale), Fagioli si oppose fin da quando discutemmo la prima stesura del mio libro del 1989 sostenendo che in quella percezione non c'è alcun «da subito» d'intuizione, ma pulsione pura e sottolineando la non specificità dello stimolo e la "purezza" della reazione.
La discussione non approdò a nulla. Il mio interlocutore finì con l'attribuirmi una sciocchezza, e cioè che avessi parlato di una fantasmatica "intuizione delirante"; io introdussi nel testo quanto di ciò che egli sosteneva bastava per renderglielo accettabile e continuai a pensare di non essermi fatto capire nel dire che il nuovo contro cui quella percezione si esercita va inteso non nel senso della serialità, e cioè di "un altro oggetto", ma di un oggetto che ha un contenuto d'immagine.
Quanto avevo proposto mi sembrava però così conforme all'articolo del 1962 e necessario a pensare la novità della scoperta nella sua opposizione alla religione ed a raccontare la storia del rapporto tra la cultura italiana e la scoperta stessa, che non riuscivo a disconoscerlo; tanto che provai a riesporlo nella forma più argomentata e sistematica possibile nel menzionato libro del 1999.
Non posso qui riassumere quel libro più di quanto ho fatto richiamandolo nelle note. Ricorderò dunque solo che terminava sostenendo che concepire la percezione delirante come distinta dalla pulsione e comprensiva di un momento di intuizione permette di pensare l'unità (non l'identità!) dei suoi tipi e di prospettare una filosofia della storia, dalla quale la scoperta stessa traeva credibilità, che rappresentavo nella formula della storia come «passaggio dalla nascita alla cultura della nascita».
Lasciando a chi voglia farlo di riferirsi al libro per l'articolazione di questo discorso, passo ad illustrare il significato che la formula assume in questo contesto.
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