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5. Una discussione e un tentativo di chiarimento senza esito

Il rifiuto che la risposta alla prima domanda esprime nei confronti della visione storicistica perché implica la negazione religiosa della creatività, aveva un obiettivo definito il cui riconoscimento permette forse di toccare il punto centrale di quanto in questione: come mostra l'esplicito riferimento al titolo del Convegno di Napoli, quel rifiuto era rivolto anche alla visione storicistica della scoperta che avevo proposto fin dal 1989 nella Storia della psicoanalisi e che in qualche modo orientava l'articolazione del Convegno.
Mi é difficile accettare questa critica anzitutto perché proprio quella visione, in quel libro, mostrando che la scoperta non era un ex nihilo «mandato dalla Grazia», ha concorso a superare la situazione degli anni Settanta e Ottanta in cui Fagioli era percepito come messia venuto dal nulla e chi gli esprimeva assenso era tacciato di fideismo.
Ma, al di là di ciò, detta visione non corrisponde a mio avviso a quella rifiutata nella citata risposta, bensì a quella ammessa nelle risposte del secondo dei due passi del dibattito di Palau che ho riportati ed esprime il tentativo di svolgere la visione di Bambino donna sulla base dell'esigenza posta, e della possibilità offerta, da quel libro di pensare nella sua complessità il nesso tra la scoperta e il “da prima”. Cercherò di esprimere il pensiero che sosteneva questo tentativo riassumendo per grandi linee quanto ho detto in merito nel libro del 1999 cui mi riferirò nelle note.
Il problema della trasformazione, essenziale alla visione storicistica di Bambino donna ed a concepire la novità della scoperta nel nesso con il “da prima”, é già posto nella formulazione iniziale della psicoterapia come «possibilità di un ponte» tra le opposte creatività dello schizofrenico e dello psicoterapeuta.
L'immagine del ponte rievoca sia il problema di come passare da uno stato a un altro mantenendo l'unità dell'esperienza, sia la soluzione data ad esso dalla religione, consistente nell'annullare il passaggio; e perciò l'uso di quell'immagine all'inizio della ricerca, da un lato esprimeva la portata del problema psichiatrico e, dall'altro, significava già cercarne la soluzione proiettandosi verso quel superamento del Cristianesimo che si è detto costituire il significato storico della teoria.
Questa ricerca di un «ponte» tra le due menzionate opposte creatività si traduceva in quella sull'unità delle due forme opposte della percezione del malato, detta “delirante” perché annulla il nuovo sovrapponendovi significati “remoti”, e dello psichiatra, detta “delirante” perché scorge una possibilità di rapportarsi al nuovo là dove sembra assente.
La ricerca di quest'unità si risolveva nell'identificazione, tra le due suddette percezioni, di un nesso che era pensato appunto come possibilità di trasformazione della prima nella seconda, ovvero come possibilità di cura che veniva fondata nella scoperta della fisiologia della nascita e della formazione dell'immagine.
La scoperta non forniva solo il segreto della trasformazione ma, essendo l'immagine di necessità condivisa in quanto fondata in tale fisiologia, permetteva di distinguere l'attività dello psichiatra nella cura dall'operazione di miracoli e di pensarla come attuazione del valore di un'immagine esistita «da subito» e passata a essere in potenza.
La costruzione del ponte non era così però ancora terminata e la possibilità della cura stabilita: v'erano espressioni di malattia che non sembrava possibile comprendere neppure nella forma estrema della percezione delirante del malato schizofrenico in quanto non mostravano “essere in potenza”, ma assoluta assenza, d'immagine.
Esse potevano però essere comprese come effetto della psicoterapia negativa posta in essere dalla tradizione dell'ideale dell'eradicazione dell'immagine, o del "disfare la nascita", e ciò con due conseguenze.
La prima, un ampliamento della fenomenologia e del concetto di malattia fino ad includere quella "psicoterapia" in quanto produttrice di malattia.
La seconda, dover pensare che quella "psicoterapia" non avrebbe potuto porsi quell'ideale se non avesse avuto sentore di ciò che si proponeva di disfare, sentore cioè dell'immagine, implicando così anch'essa il riferimento al “da prima” dell'immagine stessa.
Per poter riconoscere e trarre questa seconda conseguenza è però necessario evidenziare che nel 1962 Fagioli aveva concepito la percezione delirante come caratterizzata dal fatto di indirizzarsi



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