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Un'oggettiva difficoltà d'ascolto dovuta alla disposizione degli amplificatori mi permise di rispondere solo al poco che potei recepire. Recepii che venivo criticato per aver presentato Freud come momento conclusivo del razionalismo in quanto egli «non apparteneva al razionalismo, ma al pensiero religioso»; e risposi che l'avere presentato Freud in quel modo non implicava che non riconoscessi la religiosità del suo pensiero, dato che avevo sottolineato il rapporto storico del razionalismo con una "politica dell'oblio" orientata dalla stessa pulsione di annullamento attiva nella religione.
Avendo riletto l'insieme della critica, vorrei ora aggiungere qualcosa.
Al di là dei dettagli storici che si possono richiamare in appoggio alla tesi del nesso tra Freud e il razionalismo, Fagioli ha potuto dire che situando Freud nel razionalismo giocavo su «un falso totale» negandone la religiosità, solo perché egli stesso giocava sul fatto che il termine "razionalismo" ha due consolidati significati a seconda che indichi un modo di rapportarsi alla realtà materiale o alla realtà umana. Nel primo caso designa un metodo protagonista della scienza della natura e delle acquisizioni della modernità; nel secondo un atteggiamento di astrazione dalla realtà psichica che, pur storicamente giudicato funzionale a quelle acquisizioni, ne costituisce l'anima religiosa.
Fagioli ha spesso usato il termine in questo secondo senso che era quello in cui l'usavo io nel parlare di Freud come momento conclusivo del razionalismo; e solo venendo ad usarlo nel primo senso ed attribuendo a me quest'uso aveva potuto sostenere che, ponendo Freud nella tradizione del razionalismo, ne negavo la religiosità e gli conferivo una dignità che non aveva.
Quest'ambiguità, questa "danza sulle parole", non mi scandalizza. Va ricondotta a una logica che sa agire anche sotto il principio di una coerenza che si manifesta nella forma della contraddizione e spiazza, costringe, «serve per pensare».
Continuare a pensare significa qui non accettare che la mia introduzione giocasse su «un falso totale». Va infatti chiarito in che senso il pensiero di Freud é religioso. E' per me evidente che collocare Freud nella tradizione del razionalismo moderno, intendendo questo termine come ho specificato, non solo non comporta non riconoscerne la religiosità, ma è indispensabile per riconoscerla pienamente. Definirlo "religioso" in quanto realizza le premesse religiose del razionalismo gli conferisce una fisionomia propria anche in rapporto alla religione. Non è la religione di Ippocrate, né quella «della serva e del parroco di campagna». Il suo specifico non può neppure essere espresso dicendo che «ha annullato 2000 anni di storia». Come ho sostenuto nell'introduzione, esso sta nell'avere dato pieno compimento a un percorso storico iniziato nel '500 con l'abiura di Galileo conferendo apparenza laica a una sostanza religiosa e rendendo la religione irriconoscibile e perciò assoluta. La conoscenza del parroco sull'uomo e quella di Freud non sono equiparabili: la prima è una fede, la seconda è una fede che ha in sé l'additivo di veleno di presentarsi come conoscenza scientifica laica.
Per spiegarmi meglio, il razionalismo, mentre nel kantiano Il conflitto delle facoltà delega alla religione positiva la gestione di quanto quel testo chiamava “sovrasensibile”, con Freud la assume in proprio. Il freudismo è la massima realizzazione della religione perché la propone sotto forma di Weltanschauung scientifica e laica e realizza questa Weltanschauung sul piano della pura finzione; esso si oppone alla religione solo nel senso di cercare, disfacendo la nascita, di rendere inutile il tentativo della religione di realizzarne la finzione.
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