5. Dalla vocazione alla democrazia
Il proposito di rendere assoluto il mondo della vocazione ripercorre in Dewey le tappe fondamentali dell'evoluzione dell'idealismo tedesco. Identificatosi inizialmente con l'ideale kantiano della conoscenza nei limiti della ragione, individua ben presto la contraddizione kantiana rispetto a questo ideale. Il kantismo, che aveva offerto il linguaggio alla vocazione, ora offre quello necessario a rappresentare il problema delle stimmate che diventa tutt'uno con quello della “cosa in sé” come formulazione dell'irrisolto del sistema kantiano.
Dopo Kant, Hegel, con il suo concetto di una logica assoluta, sembra offrire a Dewey la chiave per relazionare al noto ogni avvertenza dell'ignoto, per fare di ogni espressione di ciò che è altro rispetto al mondo dello spirito un momento della sua fenomenologia.
Ma già nel 1884 matura la critica ad Hegel. Dewey si avvede che la risoluzione hegeliana delle stimmate resta formale, è solo logica. La logica non può essere il metodo del compimento dell'ideale filosofico della vocazione. È necessario trovare un altro metodo che renda effettivo questo compimento:
(…) la logica, pur essendo (…) esplicitamente determinata come astratta, viene ancora ritenuta capace di determinare la natura del concreto; pur essendo così definita come solo un momento dello spirito, continua a venire usata per determinare la natura del tutto. In tal modo si rivela la contraddizione tra forma e contenuto implicita nell'uso della logica come metodo della filosofia. Lo spirito viene raggiunto grazie ad un processo logico, ed il risultato logico di ciò è che esso non viene mai raggiunto come fatto. In quanto concreto esso rimane al di là della portata di qualsiasi processo astratto. (…) La Logica, anche se può indicarlo, non può mai raggiungere un individuo attuale. Essa può asserire come necessaria la concentrazione dell'universale in una individualità autocosciente, ma non può darla come realtà. Essa può dimostrare ciò che asserisce soltanto contraddicendosi e ritornando sul costante presupposto di questa realtà.
Conviene indugiare sul senso di questa critica ad Hegel. Partito dal mondo del "sentire", Dewey aveva presente come la rappresentazione ultima delle stimmate fosse un fatto del "sentire".
Perché il mondo della vocazione fosse realizzato non bastava dunque che l'ignoto fosse risolto a livello logico; doveva essere risolto a livello di «sentire». Non bastava cioè che l'universale dominasse tutta la coscienza: era necessario che s'impadronisse dell'"esperienza", termine che da ora diventa importante in Dewey, e penetrasse in essa. Non bastava che la logica venisse proposta alle individualità, doveva diventare un funzionamento automatico delle psicologie individuali.
È in questo contesto che sorge l'interesse di Dewey per la psicologia fisiologica nella quale ritiene di scorgere il metodo della filosofia; il metodo, cioè, che permetterà all'universale di farsi esperienza e di produrre quella che egli chiama la prova sperimentale dell'idealismo.
Va però evidenziato un altro fatto importante, senza il quale non potremmo capire l'impegno filosofico di Dewey, la sua tenacia nel perseguire la strada che lo porterà all'amarezza delle poesie.
Si tratta del fatto che egli distingue i propri meriti da quelli della psicologia fisiologica: se questa è il metodo della filosofia, lui, Dewey, è colui che ha scoperto il suo essere tale metodo. Pertanto, grazie a questa “scoperta”, egli si sente “il” filosofo, colui che ha saputo indicare alla filosofia la via per il suo compimento; colui che, accogliendo la propria vocazione, ha saputo soddisfare la vocazione della stessa storia della filosofia.
A fronte di questa convinzione di aver scoperto il metodo della filosofia, si apre un solo percorso: quello dell'applicazione di tale metodo, ovvero della realizzazione della “scoperta”.
Tali applicazione e realizzazione sono affidate alla pedagogia. Un esempio di ciò sta nel testo del 1986 che ho riportato sopra per illustrare il mondo del Dewey adolescente. Se lo si rilegge ora per ciò che dice esplicitamente, vi si vede comparire il momento pedagogico come utilizzazione della psicologia per contenere l'adolescenza non attraverso una lezione di logica, ma attraverso l'offerta alla personalità di un codice da assimilare.
Il più importante lavoro pedagogico di Dewey in questo periodo è però il suo pressoché sconosciuto trattato intitolato Psychology. Il titolo non deve ingannare. Si tratta di un testo pedagogico, di un manuale universitario cui è attribuito il compito di strutturare la mentalità, il modo di pensare ai fatti del "sentire", conformemente alla relazione dell'ignoto al noto.
A questo punto per comprendere gli svolgimenti del pensiero deweiano va accettato qualcosa che può sembrare incredibile: Dewey credette realmente che il suo trattato potesse segnare l'avvento di un mondo nuovo, del mondo cristiano-kantiano della vocazione.
Il momento della delusione seguita a quest'illusione è importante. Esso riaffronta la riflessione sull'altro in termini politici: le stimmate non sono più la percezione interna di una diversa esperienza possibile, ma l'esperienza degli altri.
Agisce qui il concetto di organismo sociale. Dewey scopre che non basta formare l'esperienza di alcuni allievi per realizzare la relazione del noto all'ignoto, in quanto questa relazione è minacciata dalla ricomparsa dell'ignoto nell'organismo sociale di cui tali allievi fanno parte.
La specificazione del metodo come psicologia non basta così più, e non basta più neppure la specificazione di esso come pedagogia. Il metodo deve essere politico e la realizzazione dell'ideale, lungi dal poter essere attuata da un manuale, va connessa con la realizzazione di una democrazia, intesa come universalizzazione dell'esperienza dell'universale, coinvolgimento in essa ed appiattimento su di essa non solo di sé stesso, non solo di alcuni altri, ma di tutti gli altri:
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